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La scoperta delle specificità del Cristianesimo delle origini in Sardegna: Raimondo Turtas

FEDE E CULTURA: IL MONDO DI RAIMONDO TURTAS

Storia, lingua e identità

Bitti 22 marzo 2025

La scoperta delle specificità del Cristianesimo delle origini in Sardegna: Raimondo Turtas

Cari amici,

m’immagino che Padre Turtas, se fosse ancora con noi, avrebbe seguito con spirito critico i nostri interventi, per quanto mi abbia sempre difeso da lui uno scudo, quello di essere l’allievo  prediletto della mia maestra bittese Giovanna Sotgiu. L’abbiamo ricordata in questa sala quindici anni fa nel convegno promosso da Claudio Farre e Giorgio Rusta – per il quale porto i saluti di Mustapha Khanoussi, ricordando l’accoglienza tumultuosa una mattina presto a Theborsouk (Accabakela, Baluba) Mi ha scritto oggi Giorgio: <<Bongiorno Professó, comente istates? A dolu mannu non bi resesso ca semus in s’Annossata, unu de sos locos de so coro de ziu remunnu, aprontanne sa esta de 25 de Martu>>.

Quando scomparve a Sassari nel 2018 a 87 anni di età lo ricordammo come Maestro rigoroso e severo, amico sincero, esponente di punta del movimento per l’ingresso della lingua sarda nella liturgia, secondo i canoni del Concilio Plenario Sardo e le allora recenti prescrizioni di Papa Francesco. La questione della lingua e della cultura della Sardegna è centrale per inquadrare la sua figura atipica e sarà approfondita nel corso di questa giornata: per Turtas la lingua sarda derivata direttamente dal latino volgare, con questo particolare carattere conservativo nel centro montano, può essere oggi una risorsa irrinunciabile e un simbolo della profondità della storia e della capacità di elaborazione anche poetica e musicale delle comunità locali. Oggi diamo per acquisto un radicamento territoriale di una lingua sarda che mantiene una freschezza e una capacità espressiva innanzi tutto in rapporto con un luogo, con una geografia, con un ambiente naturale e umano; abbiamo raggiunto il senso profondo di una ricchezza che deve essere difesa e coltivata nel rispetto di una storia lunga dove la lingua sarda è anche pensiero, riflessione, strumento per intendere la realtà, per entrare in comunicazione profonda con gli altri, per identificare un’appartenenza. Tra i ricordi più luminosi che conserviamo c’è la partecipazione alla Santa Messa per S’Annossada, nell’antico santuario di Bitti caro alla sua famiglia, dove Turtas pronunciava le sue straordinarie omelie in una lingua che ci emozionava per essere limpidamente legata al latino, in occasione della festa: un momento intenso per tornare commossi alle sue origini lontane. Eravamo arrivati in tanti da Sassari venticinque anni fa per ascoltarlo: quando finalmente cominciò l’omelia – ero anni che attendevo di sentirlo – fu interrotto da una turista sgarbata che diceva che il figlio non capiva una parola. Sappiamo tutti che Turtas non era un uomo che si faceva impressionare, e dunque continuò imperterrito in Sardo promettendo una traduzione in italiano alla fine della messa. Sorridevamo leggendo alla fine degli anni 80 i suoi interventi sull’Ortobene, quando sparava con la mitragliatrice sui vescovi per le lentezze del Concilio Plenario Sardo fin dall’insediamento in Ogliastra delle commissioni antepreparatorie per la Missa in limba, considerata essenziale per riconoscere uno specifico identitario. Terminato vent’anni dopo il lunghissimo Concilio effettivamente aperto solo nel 1992, la mitragliatrice fu imbracciata di nuovo dopo il 2001 per sparare ancora sui vescovi questa volta perché, alla rovescia, non davano attuazione ai decreti sinodali – pure prudentissimi – sul tema del rapporto tra l’universalità della chiesa di Dio all’inizio del terzo millennio e la dimensione locale. Conoscendo bene la proposta elaborata dal parroco di Bulzi don Francesco Tamponi, Turtas riteneva che il cammino verso la piena valorizzazione della lingua sarda presonera tra nuraghes e baddes soliànas (G.M. Dettori) – marginalizzata nel contesto religioso – sia stato segnato da numerosi ostacoli, non solo legati alla tradizione liturgica, ma anche da una visione di inferiorità culturale che ha accompagnato la lingua sarda, percepita come “minore” rispetto ad altre lingue. Del resto lo ha ribadito nei giorni scorsi ancora una volta la CEI. Turtas credeva positivamente all’identità del popolo sardo anche in campo religioso, apprezzava la fase sperimentale in atto per Sa die de Sa Sardigna in tema di Missa in limba; per riprendere categorie care a Bachisio Bandinu ha contribuito a costruire l’autostima dei Sardi e perfino arrvava ad ammettere che alcuni retaggi pagani (la superstizione e la magia, il concetto distorto di giustizia) potessero ancora sopravvivere in Sardegna e richiedessero dunque una chiara strategia locale fondata sulla coscienza critica e sulla riscrittura della storia senza una tesi preconcetta e una finalizzazione obbligata. Io arrivo anche a dire che forse non avrebbe apprezzato molti concetti astratti elaborati dagli antropologi e imprudentemente accolti in una delle ultime encicliche di Papa Francesco (Fratelli tutti 148) a proposito dell’esigenza del meticciato – un’espressione orrenda per il tempo che abitiamo.  Tanti episodi: la visita al nuraghe Loelle, a Su Romanzesu con Giosué Ligios, nella sua casa a Sassari in viale Dante, dove aveva cucinato per noi.

Del resto con molti di noi si era scontrato frontalmente, come in occasione delle celebrazioni per i 450 anni dell’Università volute dai nostri colleghi storici delle istituzioni, partendo da quel 1562 della nascita del collegio gesuitico, data che lui stesso aveva messo in copertina del volume dedicato alla Casa dell’Università presso la chiesa di San Giuseppe (La Casa dell’Università. La politica edilizia della Compagnia di Gesù nei decenni di formazione dell’Ateneo sassarese (1562-1632)): arrivavano Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini e chiaramente la polemica interna rischiava di creare un imbarazzo che generosamente non volle suscitare, tacque e poi ribadì comunque che l’avvio dei corsi di Filosofia e Teologia era avvenuto solo nel 1612 e vent’anni dopo la trasformazione del Collegio in Università di diritto regio.. E aveva anche ironizzato sull’uso incrociato delle parole sigillo o di stemma che facevamo per richiamare i martiri Gavino e Gianuario di Turris Libisonis nel sigillo storico disegnato dal pubblicitario Gavino Sanna, che poi rettificammo di comune accordo.

Dunque non trattava temi locali, considerati da tanti inferiori o di nicchia: del resto le tappe della sua formazione sono davvero internazionali, dopo il Seminario di Cuglieri dove conobbe il caro Mons. Antonio F. Spada: Gallarate – presso l’Istituto filosofico Aloysianum tra il ’59 e il ’63, dove ottenne la Licenza in Filosofia, poi Lione – presso la Faculté de théologie, Fourvière – compiendo ricerche sulla storia della teologia medievale. Tra il 1965 e il 1969 studiò a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana, nella Facoltà di Storia ecclesiastica, giovandosi del confronto con i più grandi maestri; infine dal 1967 risiedette a Londra presso l’Institute of Historical Research, dove si dedicò alla storia delle missioni protestanti inglesi dalla fine del secolo XVIII conseguendo nel 1972 il titolo di “doctor in Historia ecclesiastica”.Ho un mio ricordo – ho visto non errato – di una lunga missione in Madagascar prima di tornare in Sardegna.

Con questo incredibile retroterra culturale, nello stesso anno arrivava finalmente alla Facoltà di Magistero di Sassari appena costituita, poi di Lettere e Filosofia, inizialmente assistente incaricato di Storia Contemporanea, poi titolare di Storia moderna (1977) e di Storia della chiesa (1984). Sono convinto che proprio l’esperienza interazionale abbia pesato per guardare con occhi nuovi alla Sardegna, alla sua posizione nel Mediterraneo, al valore della cultura e dell’identità locale, alla necessità di una riforma degli studi che scoprisse strade nuove. Ecco la sua partecipazione ai Convegni de L’Africa Romana, come a Nuoro per il IX convegno del 1991 quando presentò una relazione sui rapporti tra Africa e Sardegna nell’epistolario di Gregorio Magno (509-604) oppure le note sul monachesimo in Sardegna fra Fulgenzio di Ruspe e Gregorio Magno sulla Rivista della storia della chiesa in Sardegna del 1987, la nascita delle prime diocesi ben prima di Costantino e i loro territori come per Sulci su Sandalion nel 1995. Il convegno su Eusebio curato da me con Giovanna Sotgiu e Natalino Spaccapelo nel 1996 dove parlò degli informatori sardi di Gregorio Magno. Tutti temi che avrebbero avviato approfondimenti da parte sua e dei suoi allievi, fino ai giorni nostri, con il prezioso spunto sulle provincie ecclesiastiche e i confini territoriali subprovinciali della Sardegna pre-giudicale. Basta sfogliare però il suo capolavoro, il volume del Giubileo (Storia della Chiesa in Sardegna. Dalle Origini al 2000, oltre mille pagine) per capire quanto fosse stata accurata le revisione critica delle fonti, la severità verso i falsari e la valutazione puntuale degli studi precedenti; con l’impegno di aggiornare periodicamente l’opera che costituisce anche per l’età antica un punto di vista essenziale, integrata col volume su Gregorio Magno di Tomasino Pinna del 1989. Non mi azzardo a parlare dei campi di sua diretta competenza, l’età medioevale e moderna. Dopo il pensionamento nel 2003 scrisse ancora su Gregorio Magno: La situazione politica e militare in Sardegna e Corsica secondo il Registrum epistolarum di Gregorio Magno del 2007;e sui Gesuiti: I Gesuiti in Sardegna. 450 anni di storia (1559-2009), del 2010. Alla fine, su incarico del Rettore, era impegnato nell’edizione di un imponente corpus documentario per la Storia dell’Università di Sassari e nella revisione del suo volume principale.

Il lettore coglie l’attenzione inusuale in un manuale di storia della chiesa per il rapporto tra la provincia romana e il Barbaricum, attenzione che era fondata sulle sue origini bittesi e sulla lunga riflessione critica, come quando ad Orune visitammo in gruppo gli scavi di Alessandro Teatini nella località alpestre di Sant’Efis, tra le polemiche con la Soprintendenza. Qui passava la strada direttissima Olbia Carales che toccava secondo l’Itinerario Antoniniano la stazione di Caput Thyrsi, a S di Buddusò: strada rifatta verso il 365 da un personaggio centrale come quel governatore Flavio Massimino che sappiamo da Ammiano Marcellino amico e sodale di un mago sardo che riusciva ad evocare i morti e, grazie ad essi, indovinare il futuro e compiere malefici: il padre del preside Flavio Massimino (che conosciamo attraverso i miliari barbaricini) aveva acquisito nel Barbaricum dacico la capacità di interpretare il volo e il canto degli uccelli, gli augurales alites e i cantus oscinum: proprio grazie a queste competenze ornitomantiche che gli provenivano dalla cultura barbarica di origine (carpico-gotica), suo padre aveva predetto al figlio Maximinus un futuro di grandi successi nella carriera, ma alla fine una morte per mano del boia. Cosa che avvenne realmente nell’età di Graziano, dopo l’uccisione del mago sardo che gli era stato amico. C’è davvero la cultura tradizionale della Sardegna interna, il mondo della magia, la devozione per Diana e Silvano, i demoni del bosco oscuro di Sorabile, l’attuale Fonni; le tabellae defixionum con le maledizioni, alcune in osso come a Sulci o in piombo come ad Olbia che cita i malos homines da ligare oppure ad Orosei dove è ripetuta per tre volte a parola nur(a)go (?), collegata forse con la parola di sostrato nurak, che ricorre sulla Campeda di Molaria o a Posada. Infine a Nulvi dove registriamo la triplice invocazione ad un dominus, il dio degli inferi, rogo: tutti cimeli (cofanetti di piombo scritti con all’interno delle ossa) che ci hanno conservato le maledizioni nei confronti dei nemici, i ladri, i malvagi, gli abigeatari. Sembra di trovare la Sardegna arcaica coi suoi problemi specifici e le sue virtrù descritta anche di recente da Bachisio Bandinu. Un quadro analogo alle defixiones è rappresentato dall’ostracon di Neapolis, dal santuario di Marsia, con l’invito al dio: «O Marsuas di Neapolis, rendi misero (?), muto e sordo Decimo (?) Ostilio Donato, per quanto tu possa rispondere all’uomo». Possiamo riferire ad uno stesso ambito culturale le pratiche oracolari, gli anatemi con l’invocazione a Cagliari del demone Abraxas (l’Anticristo indicato in col numerale greco 365), il culto dei morti, fino ad alcune pratiche magiche documentate nella età paleocristiana, quando operavano dei maléfici, indovini e stregoni capaci di gestire forze oscure e potenti (Fulgenzio, Epistol. XIII; Gregorio Magno, Ep., IX, 205). Coinvolti risultano anche esponenti della chiesa sarda, come il chierico Paolo in maleficiis deprehensus (Gregorio Magno, Ep. IV, 24). Possiamo aggiungere, ben distinto, il piombo di Cornus con l’invocazione greca a Salàmazaza legato a Mitra. Infine le invocazioni per respingere il demonio come quella con l’ordine di tenersi lontano dai corpi dei soldati della caserma del centurione Longino a Carales: +. / Hic abes a do/mino diabule + Oppure l’iscrizione di Tharros che augura la lebbra ai violatori della tomba prima del giorno del giudizio: Si [quis] / (h)anc sepultu[ram] ebertere bolu[erit] (h)abeat parte(m) c[um] Iuda et lebra[m] G(iezi). In un quadro sardo vorremmo collocare anche il richiamo minaccioso al giorno del giudizio di Porto Torres: —— / [— coniuro oppure adiuro] / per diem trem[endu]m iudicii [quo ?] / anima ventura [ut] nullus audea[t in] / sepultura mea [mole]stare ossa m[ea].

Se torniamo per un momento ad Orune, proprio gli scavi di Sant’Efis hanno squarciato un velo sul secolo successivo e restituito la moneta di Valentiniano III, con i resti della strada e la splendida lampada vitrea del Museo Nazionale Sanna con la scena di traditio legis: Cristo consegna la legge a 6 dei 12 apostoli inviati ad evangelizzare il mondo, giungendo dunque fino al Barbaricum della Sardinia. Oggetto che è quanto di più elegante e curato si possa immaginare per una chiesa sarda ancora alle origini, nel terribile momento del passaggio dal paganesimo al cristianesimo, quando secondo l’Agostino dell’omelia di Thignica recentemente riscoperta i fedeli erano ancora schiavi delle passioni pagane: Vos ante paucos annos pagani eratis, modo christiani estis, parentes vestri daemoniis serviebant. Così in Sardegna c’erano i provinciales cristiani che non servivano più i demoni e c’erano i barbari dell’interno, alcuni battezzati come l’Ospitone di età bizantina, anch’essi ormai aperti alla nuova religione.

Nel volume del Giubileo ci sono interamente queste premesse, se si pensa che Turtas è riuscito forse tra i primi a dare una sintesi della situazione sociale della Sardegna durante le persecuzioni utilizzando le nuove scoperte nell’atrio metropoli di San Gavino di Porto Torres: appare ora luminosamente la conoscenza delle Sacre scritture, riprese nelle nuove epigrafi, con questa rivalutazione della figura femminile come quella domina Flavia Cyriace che possedeva un patrimonio che volle lasciare ai poveri e non ai suoi eredi e con un ribaltamento rispetto all’Atilia Pomptilla pagana della Grotta delle vipere di Cagliari, perché qui non è la donna che offre la sua vita per la salvezza del marito, ma anzi è il marito Demeter che si augurava invecchiando di poter lasciare il suo spirito nelle braccia dell’amata (nam et ego optabam in manibus / tuis anans spiritum dare). Essa è casta, solerte guardiana, delle più belle doti ornata, ai poveri lascia ora ogni suo bene e non ai suoi eredi, in un periodo che è sicuramente il IV secolo, visto che successive sono le due iscrizioni datate con anno consolare al 395 (Musa) e al 415 (puer Victorinus fidelis).

Questa attenzione per i poveri in una provincia sottoviluppata come la Sardegna, dove la povertà doveva essere particolarmente diffusa, ci rimanda alla situazione sociale delle città in una terra caratterizzata da forti differenze sociali che tornano nell’epitafio scoperto proprio 25 anni fa di Matera: dopo la dedica iniziale pagana (Agli dei Mani), si esalta la fede cristiana di Matera, morta settantenne nel IV secolo e forse coinvolta nalla persecuzione dioclezianea. Lei che spesso il popolo considerò soccorritrice degli stranieri. Con il fulgido esempio della sua vita terrena dimostrò anche coraggiosamente alla sua stessa gente che tutti considerava come figli. Non ebbe paura della morte violenta ma superò ogni prova (confidando) in Cristo; a gloria di lei la luce risplenderà con un’aureola perenne; lei che Cristo stesso aveva destinato come genitrice delle madri e degli indigenti. Per ciò il consorte racconta tali cose della dolce compagna. Dove notevole è la distinzione tra il populus dei credenti e il vulgus dei bisognosi.

Sono significativi i riferimenti all’attività caritativa della defunta, indirizzata a favore dei peregrini, delle matres e forse degli orfani, degli inopes, in generale erga omnes: l’attributo auxilium peregrinorum trova un significativo confronto ancora in Sardegna nell’epitafio di Secundus a Olbia, pater orfanorum, inopum refugium, peregrinorum fautor, espressioni che certo alludono alle virtù del perfetto cristiano, ma che hanno fatto pensare ad uno xenodochium, ad un ospizio per stranieri, ad una struttura permanente installata in un’epoca così antica e gestita da Secundus, come sembrano ricordare la moglie Paulina ed il figlio Ianuarius. Il termine pater orfanorum è evidentemente ripreso dal salmo 68: 5-6, perché Dio è Padre degli orfani e difensore delle vedove nella sua santa dimora. L’espressione auxilium peregrinorum si confronta bene – sia pure molti anni dopo – von gli attributi di un Karissimus, amicorum omnium pr(a)estator bonus, pauperum mandatis serviens, sepolto a Tharros nel IV secolo.

Infineprezioso è il riferimento alle opere benefiche tanti esponenti dell’aristocrazia locale a vantaggio degli inopes o dei pauperes, tema che sembra richiamare un fervido impegno di carità cristiana, in particolare verso i mendicanti, in una società caratterizzata da profonde divisioni sociali. In tutti questi casi ci sarebbero elementi per pensare alla parallela esistenza di personaggi inseriti nella classe sociale dei ricchi possessores; gli epitafi di Tharros e di Olbia sembrano conservare un «emblematico elemento di continuità: l’immagine del ricco proprietario, uomo di grande integrità morale, padre degli orfani, rifugio dei poveri, aiuto dei pellegrini». Anche il caso di F(lavia) Cyriace a Turris Libisonis con le espressioni rem suam lpauperibus] linquit nec quidem ipsa po[steris suisl (?) richiama all’ opposizione «povertà in fatto (di) ricchezze vs ricchezza in fatto di costumi», che ha profonde radici nella cultura pagana. Del resto dall’epistolario di Gregorio Magno sappiamo che a Turris in età bizantina il vescovo Mariniano, arrivando fino all’ esarca d’Africa Gennadio, avrebbe dovuto difendere contro il dux Sardiniae Theodorus i poveri della sua Chiesa, in tutti i modi vessati e afflitti da svariate usure: civitatis suae pauperes omnino vexari et commodalibus affligi dispendiis. Matera fu esponente di spicco della comunità turritana, una ricca proprietaria, un’aristocratica sicuramente in grado di far fronte con i propri mezzi ad un’azione caritativa a favore di un ambiente sociale degradato, che avrà avuto anche precisi costi economici.

Tutti temi che tornano con immediata semplicità nel volume di Turtas, che qualche anno dopo si era mostrato possibilista sulla possibilità che l’iscrizione di Adeodata conservi traccia della persecuziome dioclezianea, se la vergine immacolata che porta lo stesso nome del figlio di Agostino è stata a sanctis marturibus suscepta, nel senso che è stata sepolta a Monte Agellu presso la tomba di Gavino, Proto e Gianuario; e aveva anche negato che l’antichissima espressione turritana potesse essere collegata con la tarda e attuale liturgia esequiale In paradisum deducant te angeli, in tuo adventu suscipiant te martyres et perducant te in civitatem Sancatam Jerusalem.

Infine il tema della risurrezione come a Cagliari (non ad Olmedo) per il diacono Silvio che aspetta nella tomba che, grazie alla potenza di Cristo, la sua carne possa vivere di nuovo ed attende di vedere le gioie dell’ultima luce, mentre Cristo finalmente potrà regnare in eterno (Hic situs Silbius ecle/siae sanctae minister / expectat Christi ope / rursus sua vivere carne / et gaudia lucis nobae / ipso dominante videre. / Vixit ann(is) XXXIII d(epositus) in pace nonis / XP April(is) XP).

Se portiamo avanti il ragionamento di Padre Turtas, le categorie difese dai cristiani sardi che guardano con preoccupazione ai problemi della società di una provincia povera e sottosviluppata con forti differenze sociali sono nell’ordine: i poveri, gli orfani, le vedove, i ciechi, i prigionieri, gli oppressi, gli stranieri. Quanto di queste espressioni è riferito alla situazione reale della provincia Sardegna e quanto deriva dalle notissime fonti bibliche ed evangeliche ?

I poveri: Apri la bocca e giudica con equità e rendi giustizia all’infelice e al povero (Proverbi, 31,9).

Perché soccorrevo il povero che chiedeva aiuto, l’orfano che ne era privo. La benedizione del morente scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia (Giobbe, 20, 12-13).

Dio salva il misero dalla spada e il povero dalla mano del potente (Giobbe 5:15).

Dio non porta rispetto all’apparenza dei grandi, non considera il ricco più del povero, poiché sono tutti opera delle sue mani (Giobbe 34, 17).

E Cristo nel discorso delle beatitudini: Gesù, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi che siete poveri, perché il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete (Luca 6, 20-21).

Dio ha scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché sono ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano (Giacomo 2:5).

I ciechi e i prigionieri Lo spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi (Luca 4:18).

Gli orfani: Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani (Esodo 22, 21:23).

Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano,
difendete la causa della vedova (Isaia 1,17).

Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo (Giacomo 1:27).

Onora le vedove,quelle che sono veramente vedove. 1, Timoteo 5:3

Gli stranieri: il latino usa il termine peregrinus, che è stato inteso in passato con riferimento alle folle che visitavano le tombe dei martiri. In realtà il termine è generico ed indica gli stranieri di passaggio anche i non credenti, i forestieri, gli immigrati, gli esuli, le persone sradicate dalla propria terra a causa di guerre o carestie:

Ecco ciò che dice il Signore degli eserciti: Praticate la giustizia e la fedeltà; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello (Zaccaria 7, 9-10).

Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova,ma sconvolge le vie degli empi (Salmo 146, 9).

Poiché, se veramente emenderete la vostra condotta e le vostre azioni, se realmente pronunzierete giuste sentenze fra un uomo e il suo avversario; se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete il sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia altri dei, io vi farò abitare in questo luogo, nel paese che diedi ai vostri padri da lungo tempo e per sempre (Geremia 7, 5-7).

Del resto Gesù si identifica con lo straniero bisognoso: Ero forestiero e mi avete ospitato… ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto ame (Matteo 25)

Infine, permettetemi di ricordare come le recentissime scoperte avvenute in molte località della Sardegna dopo la scomparsa di Padre Turtas hanno confermato molte sue intuizioni: una tra tutte la dignità e la antichità della chiesa sarda, come risulta oltre che dalla posizione del vescovo di Carales al concilio di Arles sotto Costantino, dall’insegnamento di Eusebio poi primo vescovo di Vercelli e del Piemonte pagano e di Lucifero di Carales, dal ruolo dei vescovi arrivati con Fulgenzio di Ruspe in età vandalica, dall’arrivo delle reliquie di Sant’Agostino di Ippona; ancora dalla conoscenza delle Scritture come abbiamo dimostrato e nel testo caralitano del Miserere e di altre preghiere; il tema del giorno del giudizio, della resurrezione, della luce nuova di Cristo; infine dalla dignità della donna nella chiesa sarda, come per Flavia Cyriace, per le Famulae Dei non solo Imbenia, per le monache di San Lorenzo a Carales con l’Abatissa Redempta, del monastero di San Gavino e Lussorio, di S. Erma, di San Vito, quest’ultimo istituito da una Vitula che potrebbe essere identificata con una omonima nobile maura, ricordata dal poeta Draconzio per il matrimonio con Iohannes, con l’auspicio che l’erba sardonia del marito possa unirsi amorevolmente con le roselline di Sitifis. Oggi ad esempio dal testo scritto sul pavimento della villa dei mosaici marini di Porto Torres alla foce del Riu Mannu con la frase agostiniana (IX, 10,26) Deogratias qui praestitiit vitam, che apre uno scenario di incredibile complessità allontanandoci dal Monte Agellu.Del resto gli scavi di Orune avevano già messo in discussione un luogo comune, quello della scarsa evangelizzazione delle campagne sarde, retoricamente evocata da Gregorio Magno.

Credo che oggi dobbiamo dire che con Turtas abbiamo perso un Maestro, uno studioso grande, capace di leggere la realtà della Chiesa in Sardegna con occhio critico ma anche con amore e dedizione, senza rinunciare alla ricchezza della ritualità tradizionale e dell’associazionismo cattolico in tutta l’isola. Per me personalmente è stato punto di riferimento costante, che non lesinava critiche severe ma anche era capace di stimoli e suggerimenti, con amicizia e affetto. Attilio Mastino

Introduzione, “Epigraphica”, LXXXVI, 2024, L’ERMA di Bretschneider, pp. 9-11

Introduzione

È per me un piacere e un onore presentare questo LXXXVI volume di “Epigraphica, periodico internazionale di Epigrafia” fondato da Aristide Calderini, con il sottotitolo ini­ziale di “Rivista italiana di Epigrafia”, dopo il congresso di Amsterdam (il primo Congres­so epigrafico internazionale) in quel terribile 1938, editore Ceschina di Milano. Questo volume, datato al giugno 2024 viene pubblicato per la prima volta dal prestigioso Edito­re L’ERMA di Bretschneider di Roma, una nostra vecchia e apprezzata conoscenza. A par­tire dalla prima registrazione del 15 marzo 1974 nr. 586, la proprietà era stata assunta dai Fratelli Lega in data 27 ottobre 1999, due anni dopo Mirta Tanesini era diventata rappre­sentante legale. Era stata Angela Donati a chiamarmi a dirigere con lei dal 2010 la rivista assieme a Maria Bollini; otto anni dopo sono subentrato come direttore, all’indomani del­la sua scomparsa avvenuta il 13 ottobre 2018, anche per volontà dell’Editore F.lli Lega e della Famiglia: e ciò dal numero LXXXI, con registrazione al Tribunale di Ravenna del I luglio 2019, con l’aiuto di Maria Bollini. Quando il proprietario Fratelli Lega ha ceduto la proprietà della testata con generosità e amicizia, si è arrivati a chiedere la cancellazio­ne dal Registro Stampa del Tribunale di Ravenna in data 22 marzo 2022; dal giorno suc­cessivo con provvedimento nr. 797/2022 (Registro Stampa nr. 1/2022) la rivista è stata registrata presso il Tribunale di Sassari; l’editore Carocci ha curato la pubblicazione dei numeri LXXXIV e LXXXV, 2022-23 e di alcuni numeri della collana:

49. C. Cenati, Miles in urbe. Identità e autorappresentazione nelle iscrizioni dei soldati di origine danubiana e balcanica a Roma, Carocci 2022.

50. E. Ortiz de Urbina, Agrupaciones cívicas, intracívicas y no cívicas en Hispania citerior altomperiale, Carocci Editore, Roma 2024.

51. F. Cenerini, E. Filippini, M. Mongardi, D. Rigato (cur.), L’iscrizione come strumento di integrazione culturale nella società romana, Bertinoro 28-30 ottobre 2021, Colloqui Borghesi, studi in ricordo di Angela Donati, Carocci Editore, Roma 2023.

52. S. Aounallah, F. Hurlet, P. Ruggeri (cur.), L’Africa antica dall’età repubblicana ai Giulio-Claudii (L’Africa Romana XXII), Carocci Editore, Roma 2024.

Cambia ora il proprietario, il rappresentante legale, l’Editore, la Tipografia, ma “Epi­graphica” mantiene pienamente tutte le caratteristiche di internazionalità, di scientificità, di un approccio volto allo studio delle iscrizioni latine e greche e alla problematica dell’epigrafia antica: il nostro comune proposito è quello di procedere ad un ampio rinnova­mento e ad un rilancio della Rivista e della Collana “Epigrafia e Antichità”, ritrovando un patto di collaborazione tra le Università di Bologna, di Sassari, di tante altre Scuole e di tante altre realtà del mondo che viviamo, con un profondo rinnovamento del Comitato scientifico e del Comitato di redazione, anche per rispondere al nuovo “Regolamento sui criteri di classificazione delle Riviste ai fini dell’Abilitazione Scientifica Nazionale,” pur esaltando ulteriormente la dimensione internazionale della rivista. Antonio M. Corda e Paola Ruggeri sono i nuovi vice direttori.

Voglio rinnovare il più vivo apprezzamento per l’azione svolta per cinquanta anni, dai nostri Editori Fratelli Lega (in particolare negli ultimi tempi da Vittorio Lega) e per due anni da Carocci, per assicurare la regolare uscita di Epigraphica, con questi volumi pieni di novità e di sorprese; gli ultimi numeri della rivista sono sotto gli occhi di tutti, con un prestigio scientifico e un orizzonte che desideriamo ancora allargare, facendo tutti gli sforzi possibili per mantenere standard qualitativi alti, soprattutto per proseguire un ser­vizio a favore degli specialisti più determinati ad indagare il mondo antico con un ap­proccio originale e non convenzionale, con la capacità di entrare in sintonia con realtà tanto complesse, col desiderio di applicare la critica testuale a documenti talora fram­mentari, ma che hanno il vantaggio di collegarci al passato senza intermediazioni, con tante prospettive inattese, formulando mille domande alle quali non sempre è possibile dare delle risposte certe. Il nuovo Editore L’ERMA di Bretschneider, al quale siamo dav­vero grati, preannuncia una profonda riorganizzazione della Rivista e della Collana d’in­tesa con la proprietà a iniziare da questo 86° volume della rivista e dal 53° volume della collana “Epigrafia e antichità”. Negli ultimi mesi sono stati resi accessibili gratuitamente al pubblico dei lettori in PDF sul sito https://www.epigraphica.it/volumi/ tutti i numeri della rivista “Epigraphica” fino al numero LXXXIII, 2021: un grande sforzo organizzati­vo che è stato possibile grazie alla redazione e agli Editori.

Lasciatemi però ricordare ancora una volta il debito che abbiamo contratto nei con­fronti di Giancarlo Susini e Angela Donati, la loro passione, la loro generosità, la loro di­sponibilità senza uguali, il magistero del loro insegnamento, la loro amicizia, che in qual­che modo continua con le famiglie e gli allievi. Pensiamo che entrambi avrebbero gioito con noi per l’uscita di questo 86° volume di Epigraphica che arriva ad oltre 500 pagine con gli interventi di oltre 50 autori provenienti da tanti paesi diversi. In 40 articoli, 7 schede e notizie, alcune recensioni, le consuete Nouvelles Aiegl firmate dalla Presidente Silvia Orlandi e dalla Segretaria Generale Camilla Campedelli.

Vorremmo dire grazie agli autori, ai membri del Comitato scientifico e del Comitato di redazione, ai tanti revisori anonimi; insieme esprimere l’ammirazione per le molte im­prese scientifiche di Università, Soprintendenze, Centri di ricerca, Deputazioni di storia patria, istituzioni che hanno preceduto e reso possibili questi interventi in Italia ma in tutto il Mediterraneo, fino all’Africa, alla Turchia, al Portogallo, dall’età repubblicana fino al tardo impero: la storia degli studi a partire dal ’500, scavi, indagini in depositi, archivi, musei come il Museo Lapidario Maffeiano o il Museo di Alessandria o il Museo di Efeso, collezioni private, biblioteche, attentissime verifiche filologiche ed epigrafiche, fondate su un metodo che condividiamo tutti, quello dell’autopsia dei documenti spesso disper­si, della ricerca dei testi collocati in collezioni o come le iscrizioni rupestri incatenate ad un territorio, ad un paesaggio e ad un ambiente; con l’utilizzo delle nuove tecnologie, an­che per lo studio dell’instrumentum; riaffermiamo la responsabilità dei singoli studiosi nello stabilire il testo, nel colmare le lacune, nel proporre confronti, con una maggiore o minore capacità di collegare spunti, idee, prospettive di ricerca. Sentiamo tutti la neces­sità di avere più rispetto per la complessità della storia senza rinunciare a stabilire connes­sioni, a mettere ordine, a proporre linee di riorganizzazione del passato, per comprendere e spiegare: per usare le parole di Marco Tangheroni, fondamentale è il concetto che l’in­quietudine sul proprio mestiere debba accompagnare sempre gli storici e gli epigrafisti che non vogliono travisare quella realtà che è oggetto dei loro studi. Con un metodo che ha ormai caratteristiche di piena scientificità e che rende sempre più l’epigrafia una disci­plina incardinata anche nell’ambito delle scienze sperimentali, per quanto radicata nelle scienze umanistiche. Oggi, raccogliendo gli stati d’animo di tutti, desidero riaffermare che siamo onorati per l’impegno degli autori, per la novità dei risultati con l’imponente materiale inedito che viene presentato in questa sede, per l’attenzione al tema della geo­grafia nella storia, per il rapporto tra epigrafia, topografia, archeologia, tra mondo greco e mondo romano. Sentiamo che le nuove generazioni di studiosi fanno entrare aria fresa ed irrompono con le loro mille curiosità e mille passioni: è un motivo di gioia e di spe­ranza per un futuro fondato sul rispetto per le tradizioni culturali e che metta al centro una collaborazione internazionale consapevole che tutti dobbiamo costruire, come direb­be Giorgio La Pira, la “Pace inevitabile”.

Roma-Bologna-Sassari, Pasqua 2024.

Attilio Mastino

Direttore di “Epigraphica”

Antonio Simon Mossa, l’architetto delle libertà, secondo Luciano Deriu

Il poeta delle Nazionalità, in L. Deriu, Antonio Simon Mossa, L’architetto delle Libertà, Carlo Delfino editore, Sassari 2024, pp. 13-22.

Questa biografia di Antonio Simon Mossa (Padova 1916 – Sassari 1971), scritta da Luciano Deriu sarà una meravigliosa sorpresa per i lettori: rappresenta un passo in avanti decisivo nella conoscenza di una delle figure centrali della Sardegna del secondo dopoguerra, indaga su tanti versanti l’azione di un democratico visionario, che è stato capace di guardare la nostra terra con uno sguardo non convenzionale, aperto, originale, creativo: ora emerge la coerenza di una vita intera spesa con obiettivi alti e positivi, con l’utilizzo dei linguaggi più diversi, perfino della musica. Finalmente ci accorgiamo quante siano le cose che gli dobbiamo, quanto la Sardegna di oggi sia stata cambiata in profondità, più di quanto pensassimo. Del resto lo avevamo iniziato a dimostrare con gli studi, le mostre e i volumi voluti dall’Isre, dalla Società Umanitaria Cineteca Sarda (con l’Archivio Simon Mossa) e dagli Architetti di Mastros negli ultimi anni, col sostegno della famiglia. Ma sempre con un angolo visuale parziale, che ora diventa globale e davvero lineare e coerente.

La scrittura serrata e la narrativa veloce contribuiscono a creare una tensione, a suscitare un interesse, a preannunciare mille piccole scoperte, innanzi tutto sugli esordi e la passione per il cinema, in parallelo con la grande storia e l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940): la collaborazione a Firenze con il più giovane Fiorenzo Serra (Porto Torres 1921-Sassari 2005) per il documentario “L’Armata grigia” o per “La barca sul fiume”, per il volume di teoria del cinema Praxis und kino prodigiosamente riemerso negli ultimi anni dagli archivi di famiglia e ora ripubblicato da Rubettino a cura di Andrea Mariani. Infine la sceneggiatura per il film vincitore dei Littoriali nazionali di Bologna del 1940, “Vento di terra”, una storia di pesca, di tradimenti e d’amore, ambienta in un porto di una città che assomiglia molto ad Alghero, con le sue fortificazioni spagnole, con le sue tradizioni marinare, col suo corallo, con il suo scoglio all’ingresso della rada; il documentario di guerra in Corsica. Infine l’aiuto alla regia del film “Bengasi”, girato a Roma da Augusto Genina nel 1942, proprio al termine dell’esperienza coloniale italiana in Libia; o del film “La donna del peccato” di Harry Hasso. Un osservatore superficiale potrebbe collocare questa ricca esperienza nel solco della morente cinematografia fascista, ma le cose sono ben più complesse come testimonia la partenza per Holliwood di Viveca Lindfors, moglie del regista tedesco Hasso e la nascita della società di produzione Sardinia Pictures che anche nel titolo avrebbe voluto segnare la svolta verso una cultura nuova, quella statunitense, che ben presto però rischiava di diventare quasi una forma inaccettabile e deteriore di colonialismo imperiale: del resto non ci sarà un seguito, perché questo capitolo cinematografico fu ben presto accantonato; fu la laurea in architettura conseguita a Firenze nel 1941 con una tesi su “Un progetto di villaggio rurale nella zona di Ottava in Sardegna” (sempre pensando a Fertilia e alla storia della pertica della colonia di Cesare Turris Libisonis) ad allontanare definitivamente Simon Mossa dalle sue passioni giovanili e ad aprirgli un mondo nuovo, al fianco – lo scopriamo con questo libro – di un personaggio carismatico come Vico Mossa, che ora ritroviamo a tutto tondo, soprattutto come indagatore della ruralità architettonica della Sardegna, il tema cardine per capire Simon Mossa come Architetto.

Ad ereditare parte di quelle scelte iniziali per il cinema fu l’amico Fiorenzo Serra, che ci ha commosso con il suo capolavoro recentemente riscoperto, il lungometraggio L’ultimo pugno di terra (vincitore ancora a Firenze del Festival dei popoli nel 1966), col tentativo di raccontare la Sardegna con la sua transumanza degli uomini, in parallelo con la transumanza delle pecore: la miseria, il dolore, ma anche la rabbia di chi parte e di chi resta. La cinepresa di Fiorenzo coglie il pianto dei parenti, la sofferenza profonda, il segno di una sconfitta di un popolo intero di fronte alla miseria del dopoguerra. Il corpo del pastore ucciso nelle campagne di Sedilo, vestito d’orbace, con il portafoglio vuoto, le mosche che si accaniscono sul viso, il trasporto della salma dall’ovile, il funerale, la fossa per la bara nera, s’attittidu e il silenzio dei parenti e insieme il pianto della vedova che invita alla vendetta, eco evidente del volume di Antonio Pigliaru del 1959 La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico.

Simon Mossa sognava una Sardegna diversa, esito di eredità lontane come avevano insegnato Emilio Lussu e Camillo Bellieni, ma anche fatta di eleganza, di gusto, di linguaggi plurali, di incontri: quando si ricompone la famiglia Simon ad Alghero inizia una storia nuova che oggi ci consente di dire che egli è stato anche un politico, un poeta, uno scrittore, un ideologo e nei suoi ultimi decenni esponente dell’indipendentismo sardo, all’interno di una visione internazionale, pluralista, aperta a nuovi orizzonti mediterranei, consapevole del valore della diversità di una cultura – quella sarda – che rappresenta una risorsa per il futuro. La collaborazione con “La riscossa”, con “Il solco”, con “La gazzetta sassarese”, con “La Nuova Sardegna”, con Radio Sardegna libera al fianco di Amerigo Gomez, segna l’ingresso su un versante, quello sardista, che però poggia su una scelta ben più ampia: quella a favore di tutti i popoli, in particolare delle minoranze perseguitate del Mediterraneo, da Andorra alla Barcellona antifranchista, dai Baschi spagnoli o francesi ai Bretoni, agli Irlandesi, ai Gallesi, agli Scozzesi, ai Ladini, ai Corsi, ai Sardi, ai Catalani. Sono i popoli giovani, destinati a federarsi e a scrivere il futuro comune, che si ribellano al genocidio culturale, alla distruzione etnica; da qui i contatti con l’ETA, l’Euskadi, il Partito Nazionalista Basco.

Già per Giovanni Lilliu Simon Mossa arrivò ad essere il poeta della nazionalità, uno dei padri dell’autonomia, in un quadro multiculturale, anche se oggi colpisce la totale assenza di contati con la riva sud del Mediterraneo, dove si annidava – secondo Lilliu – quel “Terzo Mondo” che si era lasciato incantare dal <<verbalismo rivoluzionario di Gheddafi in Libia>>, un modo per nascondere <<il volto feudale-petrolifero del paese>>. Ma questa assenza di attenzione per il Magreb arabo è forse solo una bizzarria: il mio Maestro era orgoglioso delle sue origini contadine e leggeva la sua esperienza in continuità ideale con la storia della sua famiglia originaria di Barumini, con generazioni e generazioni di antenati che lo riportavano sempre più indietro, fino agli eroici costruttori del nuraghe: continuità che era innanzi tutto un persistente legame affettivo con gli spazi, con i monumenti, con il territorio, con l’ambiente fisico che contribuiva a costruire un’identità. Il tema dell’identità del resto era centrale, un’identità non fossile, ma aperta al nuovo, non digiuna del moderno, culturalmente e storicamente dinamica. Un tema oggi discusso e frainteso con pedanteria, ma che continua ad avere una sua prepotente vitalità per interpretare il mondo che viviamo.

Simon Mossa politicamente era strettamente legato a quel Pietrino Mastino che con Emilio Lussu e Camillo Bellieni fu il fondatore del Partito Sardo (eppure avrebbe contribuito alla sua espulsione dal partito nel 1967, a Cagliari, al momento della vittoria dell’eresia simoniana e in qualche modo della corrente indipendentista): egli era interessato a riscoprire le origini rivoluzionarie del PSd’Az, il suo carattere di massa, in una prospettiva di stato repubblicano italiano federalista, tendenzialmente proteso verso l’autonomia dell’Isola. Infine la denuncia – davvero incredibilmente precoce – contro l’<<imbroglio della chimica>> a Ottana e nella altre <<case del petrolio>>, nei poli chimici osannati da tutte le altre forze politiche asservite all’industria pesante, in particolare sul Tirso.

Simon Mossa fin dal 1961 era stato premiato al Premio Città di Ozieri e poi era diventato anche in questo campo un protagonista, aveva fatto parte della Giuria del Premio, anticipando la scelta – davvero significativa – che ha determinato la nuova dimensione per il Premio, quella di considerare il catalano (con il turritano, il gallurese, il tabarchino) come una delle lingue della Sardegna. Ma innanzi tutto la lingua sarda, che come aveva scritto Antonio Gramsci a Teresina nel 1927 è una risorsa in più, uno strumento per capire il mondo: << Spero che [Franco] lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispia­ceri a questo proposito. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse libe­ramente il sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambi­ni. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è pos­sibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche fra­si e parole delle vostre conversazioni con lui, pura­mente infantile; egli non avrà contatto con l’ambien­te generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti racco­mando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontanea­mente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro […]>>.

Dunque il sardismo di Simon Mossa, l’amicizia con Michele Columbu, con Giovanni Battista Columbu (ricordo nel 1965 a Bosa il Primo convegno sulla lingua e la cultura della Sardegna), Giovanni Battista Melis (per le elezioni a Porto Torres), Mario Melis, la nascita del Movimento Indipendentista Rivoluzionario Sardo, la visione collettivista e il socialismo progressista nei commenti di Fidel, con un richiamo sorprendente alle politiche antiamericane di Fidel Castro. La consapevolezza del ritardo storico della Sardegna, della sopravvivenza del feudalesimo nelle campagne. L’attenzione delle Questure e dei Servizi Segreti, fino all’incontro con Giangiacomo Feltrinelli sull’Ortobene, per un accordo coi Gruppi d’Azione Partigiana, senza però concessioni alla violenza. Eppure la totale chiusura sulla prospettiva della nascita del Parco Nazionale del Gennargentu, all’indomani di Pratobello, considerata <<una provocazione colonialista>>, denunciata sui murales di Orgosolo, in particolare da Francesco Del Casino.

Giovanni Lilliu ammetteva di aver ricevuto molte suggestioni dall’architetto algherese, come testimoniano gli articoli su La Nuova Sardegna pubblicati nel 1973 sotto il titolo “Su Antonio Simon Mossa, Un ricordo lontano”: due anni dopo la morte dell’architetto, Lilliu presentava un solo ricordo personale, un incontro fugace in Sassari, come “per un incantesimo”, <<nella umbertina piazza d’Italia, allora “salotto” della città “contadina”>>. I due discussero di archeologia nuragica e di colonialismo romano; Simon Mossa sembrò all’archeologo davvero distante dalle passioni fredde e disincantate <<della vecchiaia dei nostri partiti politici>>. Dunque un eroe romantico di un partito giovane; nella concezione che Simon Mossa aveva del suo Partito Sardo c’era una carica di utopia commovente e trascinatrice, una tensione intellettuale di apostolo, che ne faceva una sorta di “nuovo profeta”, verso la nuova “terra promessa” per il Popolo Sardo. Dunque la teoria di un Partito Sardo volontaristico, disinteressato, intransigente. Negli ultimi scritti su Sardegna libera del 1971 Simon Mossa precisa meglio l’intuizione lussiana del carattere universale dell’autonomismo sardista, coinvolgendo idealmente il movimento di riscatto dei Sardi in quello mondiale della liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo. In questo modo la rivoluzione sarda per l’indipendenza e l’autodeterminazione avrebbe significato non tanto l’emancipazione economica e sociale di una classe (il proletariato): l’obiettivo era quello di rendere l’intero popolo sardo – pastori e contadini soprattutto – il lievito e lo strumento, oltre che il fine della lotta contro l’oppressione statale. Del resto la tesi di Simon Mossa legava la comunità etnica sarda alle comunità etniche del c.d. terzo mondo europeo. Lilliu comprendeva la collera di Simon Mossa, la sua disperata risoluzione che non restasse altra via che quella della “rivoluzione” e dell’insurrezione armata. Opzione quest’ultima che riteneva pericolosa in un momento come quello che l’Italia stava vivendo negli anni 70, mentre forze politiche di destra <<amoreggiavano per restituire alla Nazione governi forti di blocco d’ordine>>. Da qui l’esigenza di un’azione della Regione verso una modifica della Costituzione per via democratica, con più potere e sovranità alle periferie. In realtà prima di morire Simon Mossa voleva denunciare la morte del popolo sardo, della sua cultura, della sua lingua, del suo patrimonio morale, delle sue stesse caratteristiche fisiche. In questo contrasto finale fondato sulla sincerità, Lilliu proponeva un manifesto di tutti i Sardi per un’alleanza che li portasse ad operare insieme per il rifiorimento della loro piccola nazione.

Simon Mossa coltivava il mito di una Sardegna un tempo bellissima, ricca di prodotti, abitata dalle ninfe e dagli dei del mare come a Capo Caccia e nella Grotta di Nettuno, il finis terrae dell’Occidente sardo: qui l’architetto progettò e realizzò l’Escala del Cabirol coi suoi 654 gradini, proprio in faccia alla grande Barcellona. La compagnia di Simon Mossa era quanto meno composita: la famiglia, la sposa Rina Altea, i figli Italo, Pepita, Annamaria, Juliana, Pietro; la politica, con i difficili rapporti con il Partito Sardo d’Azione del gruppo “Sardegna libera”, il giovane Giampiero Marras; lo studio con gli ingegneri Cordella e Grixoni e Pinuccio Bertolu, col ceramista Giuseppe Silecchia, con Filippo Figari, ripensando L’Alguer, “la città a brandelli” da ricucire prima che esplodesse il turismo di massa, salvando la lingua e la cultura catalana: temi approfonditi con Rafael Catardi, Rafael Sari, Antonella e Mario Salvietti del Centre d’Estudis Algueresos (analogo all’Institut d’Estudis Catalans), un luogo di incontro anche per tanti perseguitati dal Franchismo, fuoriusciti che si vedevano abitualmente a Prada sui Pirenei francesi.

Il viaggio della nave Virginia de Charruca (25 agosto 1960) carica di cittadini catalani provenienti da Valencia, da Barcellona, dalle Baleari, dai Pirenei, dai paesi valenzani, da Perpignan non è stata solo un’opportunità turistica, ma la tappa di una strategia politica che viene esplicitata nella rivista ispirata a quella degli esiliati catalani, “Reinaxença Nova”. E poi i Jocs Florals, la gara poetica di origini trecentesche vietata dal Franchismo, che fu trionfalmente celebrata il 10 settembre 1961 al Teatro Selva di Alghero. Soprattutto l’amicizia con Jordi Pujol i Soley, il sovversivo che Simon Mossa avrebbe tentato di visitare nel carcere del Torrero e poi a Girona (io stesso anni dopo l’avrei conosciuto per un’onorificenza a lui concessa dalla rete dei Rettori delle Università Catalane della quale ho fatto parte).

Da queste premesse si sarebbero sviluppate tante occasioni successive, fino all’adesione dell’Università di Sassari alla Xarxa Vives d’Universitats, alla partecipazione a Prada dell’Universitat Catalana d’Estiu (Vice Rettore Carlo Sechi), all’istituzione di una cattedra di Lingua catalana nella Facoltà di Lettere e Filosofia e alla nascita della Facoltà di Architettura Mediterranea di Alghero orientata al Progetto e voluta da Giovanni Maciocco, Giovanni Lobrano, Silvano Tagliagambe, Raimondo Zucca, Alessandro Maida, oggi Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica, decentrato nella splendida cornice delle fortificazioni medioevali della città catalana di L’Alguer: una città che aderisce alla rete delle città storiche del Mediterraneo. Mi ha sorpreso la controversa conferenza svolta da Simon Mossa a Valencia su “Arquitectos y Arquitectura en Cerdena” nel dicembre 1962: è come se il maestro algherese avesse anticipato di trent’anni i nostri urbanisti della Provincia di Nuoro rispetto al volume su Archeologie e ambiente naturale. Prospettive di cooperazione tra le autonomie locali nel Sud d’Europa, a cura di A. Mastino, Ilisso, Nuoro 1993, con gli articoli sull’urbanistica tradizionale e l’ambiente di Valencia firmati da Gianni Bacchetta e Manuel Costa per la Provincia di Nuoro.

Ci sono dunque tante linee che si incontrano in modo coerente, ma sorprendono i tempi, le anticipazioni, la maturità dello studioso e del politico: tornare a Simon Mossa significa riprendere le battaglie per le lingue minoritarie, per il catalano, una lingua tagliata nel buio della dittatura; ritrovare il desiderio di un rapporto forte col vasto mondo catalano. Come non pensare al nonno di Pasqual Maragall i Mira (laureato ad honorem a Sassari il 5 dicembre 2011), il sensibile poeta Joan Maragall (amico di Jordi Pujol per aver scritto Il canto della bandiera catalana), nell’Oda nova a Barcelona, coi versi che a me sembrano un simbolo dei suoi rapporti con la Sardegna e testimoniano un legame profondo tra le due sponde, Alghero e Barcellona veicolato forse dalle onde del mare:

Oh! detura’t d’un punt! Mira el mar, Barcelona,

com té faixa de blau fins al baix horitzó,

els poblets blanquejant tot al llarg de la costa,

que s’en van plens de sol vorejant la blavor.

Ora occorre fermarsi e guadare il mare, come una cintura d’azzurro all’orizzonte basso, i villaggi imbiancati lungo tutta la costa, in quella parte piena di sole che confina con l’azzurro. Pasqual Maragall avrebbe trasformato in realtà il sogno di suo nonno, avrebbe aperto Barcellona al mare in occasione del nuovo disegno urbanistico per la grande Olimpiade del 1992 nel suo mandato di alcalde. Così vorremmo che sempre più diventasse Alghero e la sua straordinaria passeggiata lungo il porto, una nuova Rambla, là dove la terra finisce e il mare comincia, con il sole che offre incredibili tramonti sul Mare Sardum. Alghero, la Piccola Barcellona, ha anticipato di qualche decennio quello che sarebbe stato il percorso della capitale del mondo catalano: soprattutto grazie all’architettura di Simon Mossa, l’aeroporto di Fertilia, le nuove strutture ricettive, il ristorante La Lepanto l’Ospedale Ortopedico sul mare con Giuseppe Mastrandrea, il castello dei Sant’Elia a Las Tronas e il Palau de Valencia, l’Hotel Calabona ultimo avamposto verso la litoranea per Bosa. E poi il contestato piano urbanistico del 1959, in attesa del Piano Regolatore generale, soprattutto il profetico Piano territoriale Paesistico di Alghero-Fertilia, che ci fa ricordare le coraggiose passeggiate di un altro architetto che l’ha conosciuto, il nostro amico Giovanni Oliva, considerate pericolose da chi dovrebbe difendere il patrimonio ambientale di oggi.

Ma a mio avviso è soprattutto a Nuoro, nel cuore della Barbagia, che Simon Mossa poté sviluppare il suo disegno urbanistico non più modernista ma radicato su una tradizione che l’architetto ha avuto la pazienza di riscoprire: le nostre ricerche nell’archivio del Comune di Nuoro hanno consentito di recuperare la delibera del 1951 e le altre con le quali si indicava poi definitivamente l’area sulla quale sarebbe stato edificato nel 1957 il Museo del Costume, sul colle di Sant’Onofrio, per il quale Simon Mossa esplicitamente dichiara di ispirarsi al Museu de Arts, Industrias y Tradicciones Popular di Barcellona ne “El Poble Espanyol” inaugurato nel 1929 in occasione dell’ Exposición Internacional, con l’intento esplicito di documentare la ricchezza architettonica della Spagna: oltre cento esempi di architettura locale, con un sapore di autenticità ben diverso dal fastoso Museu Nacional d’Art de Catalunya, sul colle di Montjuïc.

A Nuoro la chiesa, le case, le officine, le sale espositive, dovevano essere animate, nelle intenzioni del progettista, dalla presenza di fabbri, artigiani, contadini, tessitrici, vasai: un’utopia, che però ha dato tanti frutti, fino ad arrivare alla legge del 1972 proposta un anno prima da Giovanni Lilliu, Pietrino e Mario Melis, Angelino Rojch, Gonario Gianoglio e Nino Carrus, che istituiva l’Istituto Regionale Superiore Etnografico, durante l’assessorato di Paolo Dettori. Giovanni Lilliu presiedette l’Isre dal 1985. Scrivendone su Il Popolo Sardo di Ariuccio Carta, egli immaginava l’Isre e il nuovo “Museo della vita e delle tradizioni popolari sarde” come il motore della vita sociale e culturale dell’isola, con la missione creare reti e collegamenti tra gli studiosi di scienze umane, per rifare la Sardegna nel segno delle antiche suggestioni e della sua lunga tradizione resistenziale.

Infine i tanti altri luoghi della Sardegna: Sassari (l’Automobil Club, la chiesa San Giovanni Bosco delle Celestine, il Brefotrofio), l’Hotel “Gallura Mirage” a Santa Teresa, l’Abi d’Oru a Porto Rotondo.

I temi recentemente approfonditi nella mostra su Antoni Simon Mossa architetto ”Tra modernità e tradizione” nel centenario della nascita dall’ Associazione Mastros, Segni e progetti per la città mediterranea, con il bellissimo intervento di Andrea Faedda, ci consente di riassumere questi aspetti, pur avendo ormai un’idea chiara degli obiettivi dell’Archittetto in tutta l’isola, dei suoi propositi, dell’avvio tormentato del progetto in Costa Smeralda, ai Monti di Mola, dei rapporti con l’Aga Khan e con il Consorzio Costa Smeralda, delle preoccupazioni per un’architettura importata dall’esterno, sempre alla ricerca di un equilibrio tra arte coloniale e localismo esasperato, appunto tra modernità e tradizione nella nascita di quello che doveva essere a Porto Cervo il progetto di un Borgo Marinaro misurato con le pertiche antiche usate dai fondatori di una città nuova: dunque le dimensioni, le altezze, la vegetazione, ancora la chiesa di Maria Stella Maris, dove avrebbe operato il nostro rimpianto don Raimondo Satta. Già Giovanni Lilliu aveva un poco ironizzato sulle <<favolose architetture “orientali” nella Costa Smeralda volute dal conquistatore ismaelitico>>: lo stesso Vico Mossa guardava con un poco di rincrescimento alla “architettura smeraldina”, col rischio che l’alluvione delle nuove forme rischiasse di far <<risultare stucchevole quanto originariamente è stato originale e gentile>>. Forse Simon Mossa si lasciò convincere dall’amico (autore del bellissimo volume Architettura domestica in Sardegna: contributo per una storia della casa mediterranea. Cagliari, La Zattera, 1957), se è vero che abbandonò l’impresa che l’aveva visto inizialmente protagonista e non si fece pagare il suo lungo lavoro iniziale.

Trent’anni dopo Lilliu avrebbe riconosciuto il ruolo profetico che l’architetto aveva avuto nel cammino dell’autonomia, per l’intelligenza del disegno politico orientato verso l’autogoverno, per la denuncia del fallimento del regionalismo, contro il qualunquismo e la nostalgia centralistica; temi attuali al momento della Riforma della Costituzione del 2001 in senso federale. La Regione, creata come antitesi allo Stato centralistico, si era sdraiata sulla tesi che mirava teoricamente a negare, tanto che si poteva parlare di una “Regione ministeriale”. Era orribile che lo statuto zoppo, moderato, piccolo borghese, fondasse la specialità della Sardegna quasi esclusivamente sul fattore economico, orientandosi verso l’integrazione e non verso la diversità, non riconoscendo la peculiarità etnica, culturale, storica, politica e territoriale di un popolo distinto, risorto a nazione. Lilliu a posteriori poteva constatare che <<non se ne fece nulla>> della proposta di una Assemblea costituente che approvasse un nuovo statuto, anzi la questione entrò in un lungo sonno dal quale ancora non è riemersa. Oggi anche il pessimismo di Lilliu è superato e possiamo davvero raccogliere le riflessioni svolte a Nuoro al Museo del Costume tra maggio e ottobre 2017 (ora negli Atti curati da Antonello Nasone) con gli interventi di Giuseppe Pirisi, Andrea Soddu, Paolo Serra, Antonio Giua, Riccardo Campanelli, Alessandro Doneddu, Simone Ligas, Joseph Pintus, Andrea Mariani, Eugenio Berretta, Andrea Fadda, Rosa Manca, Federica Pau, Pisana Posocco, Battista Giordano, Pepita Simon. Uno sguardo incrociato e davvero sorprendente, che ora con questo volume viene presentato splendidamente e che dovrà esser tenuto presente da chi intende capire la Sardegna di oggi, senza la fretta e la superficialità ai quali siamo ormai abitati.

In difesa dell’umano, problemi e prospettive, 12 febbraio 2025

Cagliari, Manifattura Tabacchi

La presentazione del volume In difesa dell’umano, problemi e prospettive

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Mi accingo con qualche timore a presentare questo volume In difesa dell’umano, problemi e prospettive edito da Vivarium Novum a cura di Luciano Boi, Umberto Curi, Lamberto Maffei e Luigi Miraglia: l’opera è stata pensata nel pieno della pandemia del Covid 19. Quattro anni fa siamo stati investiti da una crisi che forse testimonia come la Natura ormai finisce per ribellarsi all’uomo. A distanza di qualche anno – e naufragio emergentes scrive Luigi Miraglia – pensavamo di aver ritrovato la normalità che avevamo conosciuto in passato e che in realtà oggi sappiamo costituiva il vero problema di fondo.

Osserviamo come lo scenario si aggravi, con la deriva dell’era digitale (come si esprime Marcello Foa): assistiamo ad un passaggio significativo e ancor più drastico, forse traumatico, verso le tecnologie digitali, come con sviluppo dell’Intelligenza artificiale fondata su tante promesse fallaci. Soprattutto osserviamo con preoccupazione il successo di una politica che lentamente tenta di negare la verità e di affermare una realtà virtuale che si dà per acquisita e nella quale non sempre ci ritroviamo. Penso all’emigrazione dei Palestinesi proposta e ormai affermata (come possibile e prossima) dal Presidente Trump, in una terra nella quale si sono allevati colpevolmente i possibili terroristi del futuro. Mattarella nei giorni scorsi a Marsiglia ci ha ricordato gli aspetti più rischiosi dei cambiamenti in corso in un mondo opaco quasi distopico in cui riemergono «sfiducia nella democrazia, unilateralismo e nazionalismi», un mondo in cui «si riaffaccia, con forza […] il concetto di “sfere di influenza”, all’origine dei mali del XX secolo». E ha aggiunto ricordando il pericolo causato da figure di neo-feudatari del Terzo millennio – novelli corsari a cui attribuire patenti – che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche. Forse una nuova catastrofe antropologica, con la nascita di contropoteri incontrollabili.

Questo però è un libro a più voci, con tanti registri differenti e indirizzato positivamente verso il futuro, per Mauro Ceruti verso un nuovo umanesimo planetario capace di cogliere la complessità per partire di nuovo. Queste pagine mi hanno fatto ricordare il passo delle Questioni naturali di Seneca che ho voluto collocare nell’atrio dell’Università di Sassari per i suoi 450 anni di vita: nell’età di Nerone e di San Paolo – come ricorda Giancarlo Rinaldi – Seneca affermava:

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet;

multa saeculis tunc futuris,

cum memoria nostra exoleverit, reservantur:

pusilla res mundus est,

nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;

molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,

quando di noi anche il ricordo sarà svanito:

il mondo sarebbe una ben piccola cosa

se l’umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

Per un popolo nuovo, il ruolo della conoscenza, della cultura, della scuola saranno essenziali. Desideriamo uno sguardo positivo verso un futuro nel quale ci sia più rispetto per gli altri uomini, contro le schiavitù e il pericolo della fine della storia. Come scrive Ignacio Armella Chavez, dobbiamo muoverci in un gioco di specchi, tra l’accaduto e l’avvenire.

Terenzio nella commedia Heautontimorumenos ricordava che il saggio è un essere umano e niente di ciò che è umano è estraneo a lui, homo sum, humani nihil a me alienum puto, un’espressione forse abusata ma nella quale ci riconosciamo pienamente, che attraverso il tempo arriva fino all’Italo Calvino di Marcovaldo, e che condensa anche il tema del desiderio di bellezza e di giustizia.

Merito dei curatori di questo libro è quello di aver affermato la necessità di una visione trasversale, che è il denominatore comune di tante riflessioni raccolte da mezzo centinaio di studiosi delle più diverse provenienze, italiani e stranieri, umanisti, scienziati, matematici, interessati a fissare paletti visibili, riconosciuti, positivi, fondati su un’etica che – come si esprime Cesare Polizzi – riconosce come necessario un destino di simbiosi.

Chi mi conosce sa che sono convinto del valore della tradizione e penso che gli studi classici possono rappresentare un punto di riferimento oltre che per i paesi europei paradossalmente anche per il Maghreb e per altre aree del mondo, a iniziare dall’America latina, con lo scopo – scrive Nuccio Ordine – di darci strumenti per combattere la mercantilizzazione dell’educazione, della scuola, dell’università.

Voglio ricordare le parole di Gaio, fatte proprie da Giustiniano nel Digesto: Nel dispormi a interpretare le antiche leggi, ho ritenuto necessario che il diritto del popolo romano sia da riprendere dalle origini di Roma, non perché io voglia scrivere commenti prolissi, ma perché noto che in tutte le cose è completo ciò che risulti formato in tutte le sue parti; e certamente di ciascuna cosa è l’origine la parte più importante, id perfectum esse quod ex omnibus suis partibus constaret et certe cuiusque rei potissima pars principium est. Occorre richiamare fortissimamente i giovani di tutti i Paesi europei a non trascurare il proprio principium, un principium che non è nazionale ma che immerge in particolare il nostro paese in una prospettiva universale e globale, che tiene conto degli intrecci della storia e che ci orienta verso un’apertura sempre più ampia e solidale. Se abbiamo un futuro – e noi vogliamo avere un futuro– il futuro sta proprio nel far intendere ai giovani il loro rapporto con il passato e quindi saper leggere il loro presente in relazione al passato e il passato in relazione al presente, ricorrendo all’intertestualità e riscoprendo il continuum della nuova Europa con il mondo antico.

Dunque, cultura classica come libertà, diritto, giustizia, solidarietà, fides, ragione, poesia, arte, patrimonio degli uomini, faticoso a raggiungersi, se volete, ktema eis aei, secondo il monito di Tucidide, non oggetto di antiquariato e di nostalgica erudizione. Ma insieme questo volume nella sua parte quinta afferma l’esigenza che scienze della natura e studi umanistici costituiscano una sola cultura, perché scrive il nostro amico Giorgio Parisi a cosa esattamente serve la scienza ? Occorre allora riscoprire la complessità e le possibilità dell’umano oltre il modello della macchina. Del resto già Karl Popper nel 1956 scriveva che <<la mia disciplina non esiste, perché le discipline non esistono in generale. Non ci sono discipline, né rami del sapere; o piuttosto, di indagine. Ci sono solo problemi e l’esigenza di risolverli>>.

Nell’età della globalizzazione, dove troppo spesso emerge il demone dell’homo oeconomicus, del mercato, della tecnologia digitale, degli algoritmi, delle armi, la lezione antica e moderna della cultura classica ci insegna a riconoscerci nei valori fondati sull’humanitas, superando quelle che Lamberto Maffei chiama le patologie della modernità, attraverso un impegno concreto per la giustizia, la cura, il rispetto, il sogno.

Penso che sia necessaria la volontà di “lavorare insieme”, respingendo categoricamente la prospettiva falsamente progressista del rapporto tra culture egemoni e culture subalterne, la voglia di immaginare per la riva sud del Mediterraneo ma per noi stessi un futuro desiderabile anche senza prevederlo e, per usare un’espressione felice di Bibo Cecchini e di Ivan Blečić, di programmare una fase nuova di un mondo futuro animato da città che vorremmo antifragili, partendo dalla profondità della storia e dalla complessità delle culture diverse. Le Corbusier nel 1965 sosteneva: <<Essere moderni non è una moda, è uno stato: Bisogna capire la storia: e chi capisce la storia sa trovare la continuità tra ciò che era, che è e che sarà>>. Credo che una lezione di questo tipo nel mondo sanguinoso e violento che stiamo vivendo sia davvero preziosa, soprattutto se metteremo da parte soporattutto quell’idea di “mare nostrum” che Franco Cassano ne Il pensiero meridiano considera <<odiosa per il suo senso proprietario>>: essa <<oggi può essere pronunziata solo se si accetta uno slittamento del suo significato. Il soggetto proprietario di quell’aggettivo non è, non deve essere, un popolo imperiale che si espande risucchiando l’altro al suo interno, ma il “noi” mediterraneo. Quell’espressione non sarà ingannevole solo se sarà detta con convinzione e contemporaneamente in più lingue>>.

Attilio Mastino

Gerardo Severino, Storia di Nicolò Diana, Delfino 2024

28 maggio 2024

Gerardo Severino, Storia di Nicolò Diana, Delfino

Presentazione

Sassari, Circolo Diavoli Rossi

La città di Sassari deve moltissimo al Col. Gerardo Severino, amico personale e amico della Sardegna, direttore fino a pochi anni fa del Museo Storico della Guardia di finanza, infaticabile studioso del Novecento italiano: se la nuova caserma della Guardia di Finanza di Via Gavino Pinna a Sassari, inaugurata il I agosto 2018, è oggi intestata al partigiano Giovanni Gavino Tolis di Chiaramonti lo si deve soprattutto al bel volume dedicato dal Col. Severino e dall’Editore Delfino al finanziere morto nel Campo di concentramento di Mauthausen il 28 dicembre 1944, accusato di aver aiutato molti profughi ebrei a Chiasso (Il contrabbandiere di uomini, 2012). È una delle tante figure nobili, evocate con la speranza che possano far parte di un pantheon ideale di Sardi generosi e illustri, soprattutto mossi da sentimenti di giustizia e di solidarietà verso i più deboli. Sono molte le opere del Col. Gerardo Severino che ci raccontano una Sardegna diversa, fatta di combattenti sardisti identificati per il loro coraggio, di finanzieri ricordati nel giardino dei giusti come Salvatore Corrias fucilato a Moltrasio (Como) nel gennaio del 1945 dalle Brigate Nere della Repubblica sociale, di molti altri personaggi impegnati nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione. Fino a Salvatore Cabitta e Martino Cossu, nel 1966 vittime del terrorismo altoatesino. E poi tanti altri sardi, come quelli che sono alle origini della Brigata Sassari durante la prima guerra mondiale o nei reparti composti da valorosi combattenti di origine isolana: figure che emergono dalle pagine di questi bei volumi che ci raccontano l’autore, per un’attenzione, una vicinanza, una volontà di affermare la giustizia, una conoscenza del territorio, un desiderio di incontro e di amicizia.

Con questa Storia della lunga e tormentata vita di un valoroso combattente, il Generale sassarese Nicolò Diana (1811-1896), torniamo indietro nel tempo per conoscere uno dei protagonisti del Risorgimento nazionale: assieme all’amico fraterno il Generale Raffaele Cadorna fu un protagonista delle prime guerre d’indipendenza combattute dalla fanteria dell’esercito Sardo.

Dunque i Savoia, con le loro luci e le loro ombre all’indomani della “cacciata dei Piemontesi” e dei moti rivoluzionari in Sardegna, quindi la repressione guidata con ferocia da Carlo Felice (viceré a Cagliari fino al 1812), protagonista però poi di una politica di sviluppo, inevitabile dopo la triste esperienza dell’esilio sardo durante l’età napoleonica, in una terra povera e sfruttata, uscita quasi immobile a un secolo di distanza dalla dominazione spagnola, un’isola sempre uguale a sé stessa.

Dunque la vita del nostro protagonista, iniziando dal battesimo del bimbo – appartenente ad una nobile famiglia locale, nato dal notaio Antonio Maria Diana e da Maria Perantoni – battezzato il I febbraio 1811 nell’antica chiesa di santa Caterina, edificio oggi demolito in Piazza Azuni: già i nomi assegnati di Nicolò Gavino Maria che compaiono nei quinque libri ci rimandano ai santi protettori che più contano in città e testimoniano un radicamento nella città: Nicolò o Nicolao dal celebre Nicola di Myra, il santo dei miracoli, che conosciamo come titolare della pieve medievale fin dall’XI secolo (Sanctu Nicola de Thathari, CSPS 83, 1), oggi riconosciuto come il titolare della cattedrale arcivescovile di Sassari; Gavino, martirizzato da Diocleziano a Turris Libisonis e patrono dell’archidiocesi turritana; infine la Madonna, venerata dai francescani di Silki e di S. Maria di Betlem all’ingresso della città, luogo dove si conclude tradizionalmente la Faradda Unesco, la pittoresca sfilata dei Gremi.

L’a. ricostruisce la storia della famiglia (originaria di Simala al piede orientale del Monte Arci, verso la Marmilla), divenuta con i Savoia tra le più attive della Baronia di Monreale, tra Sardara e San Gavino, giungendo a Sassari proprio nell’Ottocento con militari e funzionari impegnati nel notariato e nel Controllo generale di finanza al servizio della Reale Udienza. Nicolò apparteneva a una famiglia di notai, il nonno Antonio Effisio, il padre Antonio Maria, alcuni zii e cugini. Questo volume racconta tutte le tappe degli studi e di una carriera luminosa, fondata sul coraggio e la dedizione: il diploma di magistero (1829), la formazione militare come volontario delle Guardie del Corpo del Re Vittorio Emanuele I a 18 anni, poi cadetto all’interno della prestigiosa Reale Accademia Militare di Torino dalla quale uscì come sottotenente (1830), poi arruolato nel secondo reggimento della Brigata di Fanteria”Aosta” comandata dal Generale Giovanni Antonio Pagliaccio, Marchese di Planargia; in forza al secondo e poi nel 16° Reggimento fanteria della Brigata Savona (1838-46), Sullo sfondo appare evidente il contrasto tra la prima fase della vita del soldato, deciso a stroncare le cospirazioni mazziniane e repubblicane (si pensi alla fucilazione a Chambery l’11 giugno 1832 del sassarese Efisio Tola, fratello del più celebre Pasquale), e la successiva partecipazione alle fasi più significative delle Guerre d’Indipendenza, per la condivisione degli ideali risorgimentali, dopo la Fusione Perfetta della Sardegna agli stati di terraferma (1847) e l’estensione dello Statuto Albertino (1848). Il Diana continuò a frequentare la città d’origine, Sassari, inizialmente destinata a uno sviluppo edilizio davvero impetuoso: la costruzione del Palazzo di Città (il Teatro Civico), sui resti dell’antico santuario di Ercole, il nuovo Ospedale, le Carceri di Via Roma, le Scuole e le Piazze: il “piano d’ornato” ed i nuovi strumenti urbanistici consentivano ora di creare quartieri ordinati e regolari, anche arrivando però a spaventosi abbattimenti (il castello nel 1871 e parte delle mura medioevali). Qui il Diana era in sintonia con le tradizioni popolari, con le feste (come la Faradda dei Candelieri), con i progetti della famiglia.

Intanto diventava Luogotenente presso l’11° Reggimento Fanteria della Brigata Casale (1847) e veniva trasferito a Sassari – forse per punizione – presso il Deposito del Battaglione dei Cacciatori Franchi: dalla Sardegna sarebbe partito nel 1848 per partecipare alla prima guerra d’Indipendenza, lasciandosi alle spalle una città che presto sarebbe stata investita dal colera. Carlo Alberto guidò le sue truppe fino alla sconfitta di Novara, alla quale il Diana partecipò inquadrato nell’11° Reggimento Fanteria come capitano e responsabile di una compagnia di 250 uomini (23 marzo 1849). Nicolò Diana aveva preso parte da protagonista il 6 maggio 1848 alla battaglia di Santa Lucia verso Verona e il 30 maggio a quella di Goito sul Mincio, vinta dal Gen. Eusebio Bava per i Piemontesi. Sono gli episodi che portarono al Diana il grado di capitano, le decorazioni di cui andava fiero, infine il matrimonio con la figlia (Anna Maria) del commilitone – conosciuto in quell’occasione – il concittadino Antonio Vincenzo Agnesa. Per il matrimonio era possibile dunque tornare a Sassari presso il Deposito dei Cacciatori Franchi (1850), mentre in città scoppiava una sommossa popolare del Carnevale 1852 provocata dal risentimento dei Sardi della Guardia Nazionale, ostili ai Bersaglieri: sono i mesi del lungo stato d’assedio decretato da Vittorio Emanuele II, della repressione affidata ai cavalleggeri di Sardegna e ai Cacciatori Franchi, temporaneamente ospitati nel Monte Frumentario; vent’anni dopo sarebbero stati trasferiti nella Caserma La Marmora, costruita sui resti dell’antico castello. Alla fine della rivolta il Diana fu spostato a Vercelli ancora presso i Cacciatori di Sardegna, poi inquadrati nei Granatieri di Sardegna. Il Capitano partecipò con i suoi uomini al Corpo di spedizione in Crimea guidato dal Generale Alfonso La Marmora, secondo le coraggiose e imprevedibili scelte di Cavour: alla testa del Reggimento Provvisorio dei Granatieri di Sardegna, il Capitano partecipò vittoriosamente alla battaglia della Čërnaja rečka, il “fiume nero”, dove i Piemontesi il 16 agosto 1855 sconfissero rapidamente gli zaristi di Alessandro II, chiusi a Sebastopoli, ora occupata dai Francesi, afflitti a loro volta dall’epidemia di colera. Promosso Maggiore, il Diana fu trasferito al 17° Reggimento Fanteria della Brigata Acqui a Vercelli e poi tornò ai Granatieri di Sardegna per partecipare alla seconda guerra d’Indipendenza, arrivando a come comandante del terzo Battaglione del I Reggimento liberare Milano dagli Austriaci e il 24 giugno 1859 combattendo vittoriosamente al Santuario della Madonna della Scoperta tra Solferino e San Martino (a Sud del Garda): per quest’episodio egli ottenne da Napoleone III il Cavalierato della Legion d’Onore e dai Savoia il grado di Luogotenente colonnello e l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine militare dei Santi Maurizio e Lazzaro. Dal 1860 lo troviamo a Cuneo al comando del 51° Reggimento di fanteria “Brigata Cacciatori delle Alpi”, erede della tradizione garibaldina.
Finalmente il grado di colonnello (28 luglio 1861), all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia: in tale veste partecipò alla repressione del brigantaggio in Sicilia, tra Palermo e Trapani, poi in Toscana. Colonnello Brigadiere dal 1864, Diana comandò la Brigata di fanteria “Puglie” con sede a Piacenza, per poi assumere pochi mesi dopo il comando della Brigata dei Granatieri di Toscana a Napoli. L’anno dopo arrivava la promozione in servizio a Maggior Generale (Generale della Brigata), il comando nella terza guerra di indipendenza con la sconfitta di Custoza (alla quale il Diana e i sodati della !7° divisione “Cadorna” non parteciparono direttamente), Grazie al ruolo svolto da Garibaldi, l’Italia con l’armistizio di Gorizia ottenne nel 1866, attraverso una delicata trattativa diplomatica, il Veneto. Mentre scoppiavano varie rivolte, anche a Sassari, in Sicilia, persino nel Napoletano dove ora si trovava, il Diana a 56 anni d’età nel 1867 si ritirava in disponibilità forse con la moglie proprio a Sassari dove il cognato Vincenzo Agnesa era diventato Sindaco. Si trasferì prestissimo definitivamente a Milano, dove sappiamo ebbe modo dio frequentare l’amico Giorgio Asproni, che lo ricorda assieme alla moglie nel suo diario. Nel 1872 fu infine promosso Tenente Generale (Generale di Divisione) della Riserva, dall’anno successivo in congedo assoluto. L’a. non esclude una successiva temporanea frequentazione sassarese dopo la morte di Garibaldi, per ragioni di famiglia oppure ad esempio quando fu posta la lapide per ricordare Efisio Tola (1880): non sappiamo si sia trattato di un tardivo ripensamento.

La scomparsa del Generale Diana a 85 anni d’età avvenne a Milano il 9 giugno 1896, seguita da un funerale solenne al quale parteciparono le autorità, i reduci, i familiari: si chiudeva davvero con molti interrogativi una vita lunga, operosa, attraversata dalle mille contraddizioni della politica del tempo.

L’abilità dell’autore è evidente: il col. Gerardo Severino riesce a seguire in parallelo tante storie diverse e alla fine arriva a riannodare i fili di tante carriere militari e di tanti protagonisti: il cugino Luigi Castelli (legion d’onore in Crimea), Raffaele Cadorna (Legion d’onore in Algeria, comandante del V corpo d’armata a Porta Pia), Tommaso Castelli, Beppe de Angioy e tanti altri.

Credo che non si possa andare oltre: trovo però necessario ricordare che siamo di fronte ad un frutto prezioso di una lunga ricerca che il col. Gerardo Severino continua a portare avanti, animato da uno straordinario amore per la Sardegna: oggi ci restituisce a tutto tondo l’immagine di un militare davvero speciale, che pure era sostanzialmente sconosciuto a Sassari e in Sardegna.

Sappiamo che questa è una terra che ha accolto l’a. e che davvero manifesta in tante occasioni riconoscenza e amicizia.

Sassari, Faradda dei Candelieri Unesco 2023

La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, di Attilio Mastino, vol. I-III, Cagliari 2023.

Premessa

Questo lavoro vuole ribaltare o almeno tentare di ribaltare la prospettiva di interpretazione della storia della Sardegna nel mondo romano, la sua stessa narrazione, innanzi tutto ispirandosi a un grande maestro, Arnold Toynbee, e al suo capolavoro, Hannibal’s Legacy, pubblicato oltre 50 anni fa: nei giorni nei quali Annibale nasceva a Cartagine (nel 247 a.C.) la grande isola mediterranea da secoli era frequentata dai Cartaginesi. Il padre Amilcare dal santuario di Astarte nella città di Erice (Trapani), sulla punta occidentale della Sicilia, il 10 marzo 241 a.C. aveva osservato con orrore la flotta da guerra romana armata di rostri metallici tendere un agguato a tradimento contro le navi cartaginesi (armate allo stesso modo), nascondendosi dietro le isole Egadi (Levanzo). Ne seguì una disastrosa sconfitta navale che portò alla perdita della Sicilia, e, tre anni dopo, a seguito della rivolta dei mercenari, anche della Sardegna. I Romani sottrassero quest’ultima – almeno stando a Polibio – con l’inganno e con giustificazioni inaccettabili: occuparono un’isola vasta, popolosa e fertile, senza esser stati provocati, molti mesi dopo il trattato che chiudeva la prima guerra punica: questa sarebbe stata la causa principale della guerra annibalica, dopo la proditoria occupazione delle città, delle terre, delle miniere da parte dei mercenari per conto dei Romani. Esasperato e impoverito anche personalmente, Amilcare costrinse il figlio a giurare odio eterno verso Roma, forse nel santuario sul colle di Baal Ammone-Saturno (sul Djebel Bou Kornine) o nel tofet di Cartagine. Privato dell’“Isola dalle vene d’argento”, persi i suoi latifondi e le sue miniere, Amilcare decise di fondare una Nuova Cartagine a bocca di miniera in Spagna (Cartagena). Da qui Annibale sarebbe partito per vendicare il padre e i Cartaginesi: occupata Sagunto, invaso il territorio di Marsiglia, superate le Alpi, egli raggiunse l’Italia centrale e meridionale, destinata a essere travolta da una lunghissima guerra. La sua vera eredità furono le devastazioni e la povertà diffusa dei secoli successivi in Italia che avrebbero provocato la vicenda dei Gracchi e poi le guerre civili.

Lo sfortunato alleato di Annibale nel Bellum Sardum fu Hampsicora: a partire da questo momento le mille eredità culturali, linguistiche, istituzionali, giuridiche, economiche paleosarde e cartaginesi in Sardegna contribuirono a provocare la terribile ostilità dei Romani, le distruzioni, l’abbattimento di intere foreste, le uccisioni, la cattura di tanti Sardi, tra i quali in molti casi erano sopravvissute le strutture della società e della cultura locale, preistorica, nuragica, fenicia, villanoviana, etrusca: una cultura che non era analfabeta e anzi vantava una complessità e una dignità assolutamente non riconosciute, che andava ben al di là della sola esperienza punica.

Gli studiosi sono arrivati a parlare di un generale spopolamento e di una vera e propria “depressione demografica” in alcune aree dell’isola desertificate dagli eserciti decisi a stroncare il legame che continuava a unire i Sardi tra loro e con Cartagine: dunque la riorganizzazione amministrativa (giuridica e dei confini tra città e popoli), l’acculturazione coatta dei principes locali, per passare poi al conseguente sfruttamento delle risorse e alle profonde trasformazioni ambientali e culturali. Lo sguardo degli studiosi è diventato oggi più penetrante e problematico, in rapporto ai tanti scavi archeologici come quelli effettuati in particolare nelle città di Nora, di Sulci, di Olbia e Turris Libisonis, ma anche nelle aree rurali, come a Marrubiu, Mesumundu o Rebeccu, con attenzione per gli edifici pubblici, le strutture per gli spettacoli, il benessere, il tempo libero.

Trasformati in stipendiarii, i Sardi vennero profondamente umiliati e obbligati al pagamento dello stipendium per mantenere loro stessi le truppe romane di occupazione; migliaia furono i Sardi presi prigionieri, venduti come schiavi, addirittura uccisi. Se si esclude l’antica colonia romana di Feronia, alla foce del Rio Posada, che datiamo all’inizio del IV secolo a.C., solo dopo la distruzione della metropoli africana (146 a.C.) molti territori isolani furono colonizzati e occupati da soldati o famiglie arrivati dalla Campania (i Patulcenses), dalla Magna Grecia (gli Euthichiani), dalla Sicilia (i Siculenses), dalla Corsica (i Corsi), dall’Etruria (i Falisci), poi dall’Apulia (i sodales Buduntini), dalla Cirenaica (i Beronicenses) e dall’Africa (i Mauri): gli agri, i praedia, persino i metalla furono allora accatastati e assegnati a coloni giunti dall’esterno, con puntualissime registrazioni archivistiche nei tabularia, nei catasti locali e centrali. Nacquero nuovi centri abitati, come Valentia voluta dal console del 115 a.C. Metello, che dopo Augusto divenne sede di una delle prefetture della colonia di Uselis. Un’ampia parte del territorio diventava ager publicus populi Romani; successivamente conosciamo molti latifondi imperiali, appartenenti allla res privata o al patrimonium; ulteriori rendite andavano all’aerarium del Senato o al fiscus imperiale.

Con la “seconda occupazione romana della Sardegna” (Marc Mayer) avvenuta in seguito alle grandi campagne militari affidate ai consoli e ai proconsoli del II secolo a.C., la Sardegna iniziò lentamente a entrare, anche culturalmente, nella sfera romana: ancora Cicerone escludeva nel 54 a.C. (nella Pro Scauro) che ci fossero nell’isola municipi o colonie romane, città amiche del popolo romano e libere, non soggette al potere militare, e parlava di un’unica natio Sarda, che vedeva insieme riuniti popoli diversi ma ben identificabili sulla base dell’aspetto fisico, dell’abbigliamento, della carnagione, della lingua, dei progetti politici, delle tradizioni culturali dei Sardi Pelliti, dei Fenici e dei Cartaginesi; l’Arpinate volutamente ometteva la colonia fondata dai populares in Corsica (Mariana) e quella avversa voluta da Silla di Aleria “Veneria”, all’interno della stessa provincia.

Eppure proprio Cicerone conferma che era sopravvissuto un nucleo innanzi tutto culturale che era stato capace non solo di assorbire le culture esterne, ma anche di trasformare gli immigrati italici, assimilandoli ai nativi, dando alla cultura sarda in età romana un carattere unico e distinto nel Mediterraneo. Del resto l’isola collocata nel mondo romano non fece mai parte dell’Italia, ma costituì una provincia collocata al di là di un grande mare, amministrata da magistrati, promagistrati o altri tipi di governatori (pretori, consoli, proconsoli e funzionari dotati di comando militare, talora solo alti funzionari civili): mantenne così una sua “specialità” che è possibile leggere in filigrana attraverso i secoli, perché il governo romano non sempre si sovrappose alle autonomie locali precedenti, che in molti casi sopravvissero “a macchia di leopardo”, con ampie aree rurali abbandonate dal potere provinciale.

Furono i populares, in particolare Cesare e poi Augusto, ad avviare un processo di “romanizzazione” che non oscurò mai completamente la cultura locale, ma che divenne inarrestabile, soprattutto attraverso l’assegnazione di terre fertili e la deduzione di colonie e la promozione istituzionale dei municipi; si afferma ora un nuovo immaginario, perché l’isola felice (eudàimon) gode di una mitica eukarpìa ed è abitata dalle Ninfe del mare e della terra (come nel Numphàion limén e nelle sorgenti calde o sui fiumi), priva di serpenti, di lupi e di animali pericolosi, libera dalle erbe velenose, grazie alla protezione di Diana e Silvano, gli dei oscuri della selva montana sui Montes Insani; sulla costa il nome di Olbìa testimonia che già i marinai greci guardavano all’isola come ad una terra felice. I popoli che la abitavano secondo Diodoro Siculo ancora nell’età di Cesare erano liberi, perché la libertà è prerogativa dei popoli isolani. Assistiamo all’estendersi del latifondo di grandi famiglie senatorie (i Domitii ad Olbia, i Bennii e gli Herennii a Carales, molti altri clarissimi che conosciamo dall’instrumentum e dai sarcofagi) e poi del latifondo imperiale; si arriva però a una qualche stabilità nell’età degli Antonini e dei Severi, che portò a un’integrazione dei Sardi nella “romanità”, alla diffusione della cultura scritta, all’accesso alla tradizione letteraria classica come testimoniano molti eleganti carmina o i documenti artistici, al riconoscimento del ruolo della donna, sibi sufficie(n)s, con profondi cambiamenti nel gusto artistico, il che significa innanzi tutto un orizzonte davvero multiculturale e di sviluppo, pur mantenendo i Sardi una loro specifica identità e un’amministrazione autonoma per vasti distretti. L’idealizzazione della fase romana della storia della Sardegna andrebbe però evitata, se non altro per l’esaltazione che in passato, ma ancora ai nostri giorni, si è dedicata a questo periodo, ricco certamente di novità e di luci, aperto su un orizzonte mediterraneo, ma anche caratterizzato da ombre e da gravissime ingiustizie sociali, dalla presenza della schiavitù che sopravvisse in forme diverse per un millennio, dalla ingiusta distribuzione della ricchezza, dall’esaltazione dell’imperialismo, del militarismo, del potere.

Solide ragioni editoriali ci obbligano a fermarci a Costantino: è una scelta da un punto di vista storico non giustificata, perché la lunga fase romana della storia della Sardegna non si interrompe con Costantino e abbraccia quasi otto secoli, estendendosi pienamente in quella che chiamiamo “l’età bizantina”, esito della fondazione Costantiniana della Seconda Roma: un periodo lunghissimo, ricco di avvenimenti, pieno dicontraddizioni e di fermenti culturali promananti dal centro verso la periferia, ma anche dalla periferia verso la capitale. Si tratta di un processo che ha fortemente condizionato le fasi successive della storia sarda, a partire dall’età giudicale, se i Giudici furono davvero «gli ultimi discendenti istituzionali dell’antico governatore romano della provincia imperiale». Del resto il rapporto con Costantinopoli non si interruppe mai e, secoli dopo la caduta dell’impero d’oriente (1453), gli ultimi Romani sarebbero finiti paradossalmente proprio in Sardegna.

Anche l’identità plurale della Sardegna di oggi è in fondo influenzata dalle eredità più antiche, in particolare dalle eredità romane, espressione di una storia lunga che in qualche modo condiziona anche la società contemporanea. La lingua sarda innanzitutto, derivata direttamente dal latino volgare, con questo particolare carattere conservativo nel centro montano: lingua che è oggi una risorsa irrinunciabile e un simbolo della profondità della storia e della capacità di elaborazione anche poetica e musicale delle comunità locali. Oggi diamo per acquisto un radicamento territoriale di una lingua sarda che mantiene una freschezza e una capacità espressiva innanzi tutto in rapporto con un luogo, con una geografia, con un ambiente naturale e umano; abbiamo raggiunto il senso profondo di una ricchezza che deve essere difesa e coltivata nel rispetto di una storia lunga dove la lingua sarda è anche pensiero, riflessione, strumento per intendere la realtà, per entrare in comunicazione profonda con gli altri. E poi la toponomastica, ma anche la geografia, i percorsi della viabilità in rapporto ai corsi d’acqua, il paesaggio agrario trasformato dall’uomo, il forte legame delle popolazioni locali con il territorio e con lo spazio rurale, i confini naturali e quelli delle prime diocesi tardo-antiche, le attuali circoscrizioni provinciali, comunali, le bonifiche delle aree palustri, alcune forme dell’insediamento, le vocazioni stesse del territorio, le colture agricole, l’allevamento con le sue specifiche competenze e le sue tradizioni millenarie, ma anche le attività minerarie, la pesca, la raccolta del corallo, per non parlare di alcune consuetudini giuridiche e di alcune tradizioni popolari che si collocano in una linea di continuità con il passato, la magia, la medicina popolare, la religione, la misura del tempo, che qui scorre più lentamente. Frutto insieme della civiltà dei Sardi nelle sue articolazioni cantonali e dell’incontro con Roma in un ambiente e in un paesaggio dato, che aveva caratteristiche esotiche e una diversità davvero spettacolare. Oggi abbiamo una sensibilità nuova verso l’ambiente naturale, che doveva essere caratterizzato da un equilibrio tra la linea di costa e gli spazi urbanizzati e dalla presenza di vaste zone boschive come il Nemus Sorabense (a Fonni) dove si praticava il culto di Silvano e Diana, si riconoscevano le qualità delle erbe e si sviluppava un’economia del bosco; oppure presso il tempio del Sardus Pater, vero genius loci della vallata di Antas. E cogliamo con immediatezza l’eleganza, la qualità dell’artigianato artistico, la connessione con altri centri di produzione e di commercio. Infine, il paesaggio di ieri e di oggi, che il codice dei beni culturali ha definito come <<il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni>>. Non senza uno sguardo critico verso le nuove forme che accompagnano ai nostri tempi il cambiamento climatico, come i frettolosi investimenti in aree fotovoltaiche e in aereogeneratori di energia, spesso scavalcando tutti gli strumenti di tutela del patrimonio, in passato minacciato dalle servitù militari, dall’urbanizzazione incontrollata anche nella fascia costiera, da processi di tutela dei beni culturali farraginosi e inefficaci: un patrimonio fragile che richiede buone pratiche, attenzione e cautela.

Il nostro sforzo in questa sede sarà quello di seguire anche dal punto di vista materiale le continuità ereditate dal periodo preistorico e protostorico, in particolare dall’età che ha accompagnato e seguito la costruzione dei nuraghi: eredità che attraversano l’età romana (pensiamo all’onomastica che talora riemerge nel medioevo, ma il discorso tocca anche la cultura architettonica sarda che mantiene una sua vitalità legata alla tradizione punica e alla ricezione di modelli italici) e che in qualche modo sono state più volte ri-orientate nel tempo in una terra mari cincta. Diversamente in Corsica, almeno secondo Seneca,risentito per la condanna all’esilio decretata da Caligola, per il quale troppe volte è cambiata la popolazione di questo scoglio arido e tutto sterpi (totiens huius aridi et spinosi saxi mutatus est populus!); non senza attrattive però, visto che era attraversata da ruscelli ricchi di pesci (Corsica piscosis pervia fluminibus).

Siamo convinti che le forme dell’insediamento e dell’economia di età medievale si siano radicate in Sardegna su un sostrato molto più antico, la cui matrice più strutturata appare certamente legata alla tradizione romana del territorio, che aveva portato a maturità stimoli differenti; i riferimenti alle consuetudini e alle antiche leggi del diritto romano in età medioevale appaiono evidenti nell’ambito del sistema agrario e dell’uso delle terre, in particolare delle terre pubbliche: i giudici rendevano giustizia ai genovesi secundum leges romanas et bonos usoscon esplicito riferimento dunque al diritto romano; lo svolgimento del conventus-sinodos in date significative in età giudicale sembra proseguire una pratica giudiziaria di età romana e bizantina attorno al governatore provinciale che si esprimeva pubblicamente in varie sedi del territorio, dopo aver sentito il suo consilium.

L’esperienza romanistica era ancora pienamente vitale nell’isola in età giudicale: del resto già Arrigo Solmi riteneva che si siano mantenute intatte molte forme del diritto romano, una «bella tradizione latina» ereditata da una costituzione sociale meno complessa, rimasta per alcuni secoli quasi isolata, ma fedele alle sue tradizioni e alla sua origine; su questo tema straordinari risultati sono stati raggiunti dai romanisti. Come la lingua sarda è figlia della lingua latina, così anche il diritto giudicale appariva al Solmi una filiazione diretta del diritto romano classico. Colpisce il fatto che il termine republica dessa p(rese)nte citate, per quanto ricorra occasionalmente, mantenga negli Statuti Sassaresi un prezioso riferimento diretto alla cassa cittadina, proprio come nella colonia di Turris Libisonis in età imperiale: la ritroviamo, ad esempio nell’iscrizione del tempio della Fortuna e del rifacimento del tribunale all’interno della basilica giudiziaria (risalente forse ad età repubblicana) per le spese effettuate in occasione delle celebrazioni millenarie di Roma.

Le eredità del diritto romano nella Carta De Logu di Eleonora d’Arborea sono state recentemente studiate da Francesco Sini e dalla sua scuola che hanno indicato alcuni precisi riferimenti testuali nel codice arborense che lasciano intravedere l’evidente derivazione romanistica e ancor più richiamano forme e contenuti del diritto romano, come a proposito della non punibilità dell’omicidio commesso a scopo di legittima difesa. Anche in materia processuale, in relazione ai tempi ed alle modalità dell’appello, la Carta de Logu aderisce strettamente alla legislazione tardo-antica de appellationibus di una novella giustinianea del 536. Altri rinvii impliciti al diritto romano, considerato come vigente a tutti gli effetti, potrebbero essere individuati nelle norme a proposito della successione ereditaria e più precisamente nei 14 modi attraverso i quali può essere ammessa la pratica di diseredare un erede legittimo: elementi che, pur non presenti nella Carta de Logu, sono comunque elencati esattamente negli Statuti sassaresi.

Ciò non significa affatto che la Sardegna sia rimasta sempre uguale a se stessa: periferica da un punto di vista culturale ma collocata geograficamente al centro dell’impero, l’isola fu in età romana il grande ponte attraverso il quale passarono innovazioni e rivoluzioni culturali originatesi sulle diverse rive del Mediterraneo, così come in Corsica, dove Seneca lamenta – esagerando non poco – l’arrivo successivo di Greci, di Marsigliesi, di Celti, di Liguri, di Ispani, tanto da azzerare la popolazione locale. Da questi scambi, più intensi e vivaci di quanto non si pensi, alimentati dagli spostamenti degli isolani in altre province e dai tradizionali legami con l’Africa, anche la Sardegna fu arricchita immensamente, partecipando essa stessa alla costruzione di una nuova cultura unitaria, ma mantenendo anche nei secoli una sua visibile specificità.

Tenteremo allora di esplorare il confine tra “romanizzazione” e continuità culturale (tra Change e Continuity) secondo il modello di Robert Rowland, notevolmente rettificato da Peter van Dommelen che valorizza sul versante opposto alla “romanizzazione” la persistenza punica in alcune realtà della Sardegna repubblicana. Del resto dobbiamo tener conto del recente dibattito sul tema della “romanizzazione” che spesso è apparso eccessivo e fuorviante, arrivando al limite di negare persino l’evidenza: è forse il momento di poter considerare dati acquisiti la complessità degli scambi culturali, dando per scontata <<l’assenza di culture “pure”, la continuità e l’originalità delle culture locali anche dopo la conquista romana, le diverse specificità del mondo provinciale, delle realtà nazionali, etniche, periferiche>>. È arrivato il tempo di superare la facile tentazione di adottare categorie interpretative astratte e di definire impossibili soluzioni unitarie, con modelli ideologici artificiosi che non sempre rendono conto della complessità delle questioni in campo.

Sappiamo bene che i temi della “resistenza alla romanizzazione”, delle “sopravvivenze puniche” e delle “persistenze indigene” erano stati parzialmente corretti da Marcel Benabou (proprio il teorico della “resistenza alla romanizzazione”) già nella presentazione al VII volume de L’Africa romana, perché si tratta di «un sujet qui n’était peut-etre pas sans risques», con il dovere di andare progressivamente verso «l’élargissement et l’approfondissement», sul piano geografico, cronologico, tematico e metodologico; vengono oggi discussi anche gli strumenti interpretativi legati al grado di “romanizzazione” o al rapporto tra “continuità” e “trasformazioni”, tutte categorie che comunque consentono di enucleare specificità nel tempo e nello spazio.

Siamo disposti ad affrontare i rischi legati alla lente deformante dell’interpretazione dell’antico con l’utilizzo di modelli recenti, anche se dovremmo sempre diffidare di alcuni modelli ideologici e di alcune categorie astratte in passato molto di moda e sarebbe necessario usare la massima prudenza per interpretare il mondo romano con gli occhi di oggi: del resto non possiamo fare altrimenti, anche se appare evidente la necessità di evitare semplificazioni che non tengano conto della diversità delle situazioni locali; e la diversità culturale è fonte di valore, senza la quale si privano «le persone e le comunità locali di preziose fonti di significato, identità, conoscenza, benefici economici», che hanno a che fare coi diritti umani e la coesione sociale.

Marco Tangheroni chiedeva più rispetto per la complessità della storia senza rinunciare a stabilire connessioni, a mettere ordine, a proporre linee di riorganizzazione del passato, per comprendere e spiegare: fondamentale è il concetto che l’inquietudine sul proprio mestiere debba accompagnare sempre gli storici che non vogliono travisare quella realtà che è oggetto dei loro studi.

Dunque cosa conosciamo, come conosciamo, quali sono i limiti della nostra conoscenza, quali ne sono le fonti, elementi tutti che danno al mestiere dello storico un carattere artigianale e addirittura artistico e che rendono fondamentale la fase di apprendistato nella quale i maestri debbono seguire i loro allievi. Occorre ancorarsi fortemente a un periodo storico, a una realtà geografica; per capire occorre cercare strade nuove e i tempi appaiono maturi per considerare ora l’archeologia come strumento fondamentale per comprendere l’antico, con la sua autonomia dalle fonti letterarie, dalle iscrizioni che ci hanno conservato le scritture antiche, spesso incatenate sulla roccia come nel terminus rupestre dei Balari tra Monti e Bechidda, oppure dalla numismatica: gli ultimi studi, le nuove metodologie adottate, le ultime grandi imprese scientifiche nelle città romane (soprattutto Nora, Carales, Sulci, Neapolis, Tharros, Cornus, Turris Libisonis, Olbia) e in tante aree interne di pianura e di montagna consentono oggi di ribaltare molti luoghi comuni sul patrimonio e di penetrare e comprendere molti passaggi, di seguire nel tempo vicende storiche che abbracciano almeno otto secoli, anche se in questa sede ci fermiamo alla pace religiosa, quando davvero nulla cambia. Marco Tangheroni suggeriva allora un metodo, quello dei suoi minatori medioevali di Iglesias: quando un filone perdeva un po’ d’interesse, apriva un nuovo scavo. In questi ultimi decenni gli storici si sono incontrati con gli archeologi su un terreno comune, quello dello scavo stratigrafico di aree territoriali, di monumenti, ma anche di fonti, di iscrizioni, di monete, dei prodotti della cultura materiale, partendo dal valore dei beni culturali e della difesa dei beni comuni, con uno sguardo sempre più interdisciplinare che deve confrontarsi con la sostenibilità degli interventi in rapporto alrispetto per l’ambiente. Anche in questo volume si presentano le nuove interpretazioni e le intuizioni di una generazione nuova di archeologi che sono anche storici, epigrafisti, numismatici, giuristi, che vediamo all’opera a Cagliari e a Sassari con grandissima speranza, perfino con qualche sorpresa.

E poi la genetica con lo studio del genoma, che raggiunge anno dopo anno risultati sorprendenti dalla Gallura ai Campidani (soprattutto per l’età preistorica), testimonianza evidente dell’arrivo di nuove componenti etniche, ma anche di una sostanziale omogeneità di fondo della popolazione sarda di oggi (particolarmente evidente in Barbagia e Ogliastra), pesata sulla base del cromosoma Y e del DNA mitocondriale; il che forse dimostra inoltre una qualche irrilevanza delle forme istituzionali, statuali, giuridiche di fronte alla vita di tutti i giorni di Sardi (vecchi e nuovi) resilienti e radicati in periferie lontane, legati alla terra, attenti a mantenere quasi immutabile e sempre uguale una cultura e un modo di essere tradizionale, radicato nella storia locale. Ovviamente con continuità ma anche con mille momenti di rottura dal neolitico all’età dei Vandali, che cogliamo attraverso i nuovi apporti genetici, segnale di mescolanza e di incontro.

Infine le nuove prospettive che, con uno sguardo rigoroso che vuole davvero decolonizzare gli studi classici ma anche evitare ogni forma di vittimismo e ogni enfasi nostalgica, si affermano in molte Università e Istituti di ricerca, partendo dai modelli nord-africani più resilienti e più legati alla fase post-coloniale, con specifica attenzione per nuovi approcci socio-culturali e patrimoniali sull’essere “autoctoni” o “diventare autoctoni” riferiti alla capacità della geografia di assorbire anche i Romani: termini che, nella loro ambizione essenzializzante, potrebbero forse far inorridire gli antropologi.

Se possiamo usare una formula di sintesi, noi riteniamo che la complessità sia un valore perché esistono variabili geografiche e cronologiche nel momento in cui culture diverse entrano in contatto: ciò a maggior ragione in un’isola, caratterizzata da una ambivalenza di base, ‘punto di passaggio’ lungo le rotte mediterranee, ma anche ‘luogo remoto’ e ‘isolato’: esse, in quanto tali, possono trasformarsi in luogo utopico. Occorre allora evitare di perdere la concretezza e di piegare il dato scientifico a schemi ideologici, riconoscendo la complessità e facendone una leva per leggere la realtà, al di là di facili periodizzazioni di comodo, partendo dalle scritture antiche spesso incatenate al paesaggio, dai monumenti, dalle testimonianze materiali, anche superando il pregiudizio di una antistorica continuità in una realtà liquida: la grande dimensione dell’impero esteso progressivamente su tutto il Mediterraneo, l’articolazione territoriale, i processi biologici, l’evoluzione delle culture e della vita religiosa con questi dei perennemente in viaggio, la presenza di aree marginali hanno avuto influenza sui linguaggi artistici, sulle scuole artigianali, sulle varianti linguistiche, addirittura sulla percezione del tempo che non dappertutto si misura allo stesso modo, nel rapporto tra otium e negotium nelle diverse geografie anche interne alla provincia, influenzate meno profondamente dai modelli italici, iberici, celtici, africani; insieme capaci di accoglienza e di protagonismo. Il mondo che viviamo è l’esito di questa complessità, nel senso che la storia ha un valore solo se riesce a costruire strumenti che ci consentano di operare efficacemente nel presente, partendo dal rispetto per tutti, dalla dignità di ciascuno, guardando sempre verso orizzonti più larghi.

Debbo davvero ringraziare i miei colleghi e amici che sono stati molto generosi con me: Piergiorgio Floris che ha riletto il testo fornendomi puntuali indicazioni; Paola Ruggeri che ha seguito il lavoro per il capitolo sui culti; Raimondo Zucca sempre tanto disponibile e creativo, che mi aiutato sulle città; Giovanni Azzena, Massimo Casagrande, Maria Bastiana Cocco, Alberto Gavini, Michele Guirguis, Vanna Meloni, Pier Giorgio Spanu, Luana Toniolo, Francesco Muscolino. Per le fotografie sono debitore a Nicola Castangia e alla Regione Autonoma della Sardegna. Come di consueto molte cose sono diventate più chiare dopo le discussioni col tecnico di sempre Salvatore Ganga. E poi Antonio M. Corda Direttore di Unicapress e Editore della Collana, Paolo Maninchedda, Direttore  della Collana, l’intera redazione che mi ha incoraggiato anche nei momenti più difficili, facendomi sentire tra amici. Infine la Fondazione di Sardegna e la Cooperativa Sociale San Camillo de Lellis di Sassari. Ma dietro questo libro c’è però l’appassionato lavoro sul campo di tanti colleghi impegnati coraggiosamente in grandi imprese sempre più internazionali, con uno sguardo largo e un orizzonte finalmente aperto: a loro siamo debitori di tante scoperte, di tante intuizioni, di tanti confronti all’interno dell’ecuméne romana.

Renata Serra, 27 ottobre 2023

Il volume di studi in memoria di Renata Serra, Cagliari, 27 ottobre 2023. Sala del Consiglio Comunale

L’intervento di Attilio Mastino

Il più lontano ricordo che ho di Renata Serra risale alla fine degli anni 60, a Sa Duchessa, nello studio della sua amica Giovana Sotgiu, la mia maestra, che ieri ha compiuto 98 anni di età e che vi saluta tutti con affetto. Con entrambe – la Serra e la Sotgiu, accompagnati da Franco Porrà – nell’estate 74 sono stato a Dubrovnik Ragusa nell’ex Jugoslavia di Tito, per il convegno internazionale Eirene, in un hotel megagalattico che non mi potevo permettere e infatti pranzavamo in camera con i prodotti arrivati da Sinnai: ricordo le interminabili e per me defatiganti visite ai negozi di antiquariato nel corso principale, mille vetrine di artigianato artistico in argento una dopo l’altra, e il colpo di mano di Renata che mi aveva anticipato l’ultimo giorno e aveva acquistato un gioiello straordinario, un ragno d’argento con la sua ragnatela preziosa che intendevo regalare a mia zia Vincenza: Lo stavo già pagando. Me lo portò via sotto gli occhi senza scrupoli e mi accusò a posteriori, quando il ragno iniziò a perdere le zampe, che la colpa era la mia invidia.

Perché Renata con me è stata soprattutto questa, con un rapporto ironico e pieno di sorrisi, che è diventato pian piano di amicizia vera, con lei e con Alberto Deplano, come sul colle di Corchinas a Cornus assieme a Franco Porrà, a Giovanna Sotgiu, alla professoressa di sanscrito Anna Radicchi, quest’ultima esausta a pranzo tanto da scongiurarmi di evitare altre escursioni “in montagna”. Renata non si stancava mai, come in Tunisia e in Algeria dove aveva studiato le basiliche paleocristiane; soprattutto in Sardegna, dove aveva i suoi amici veri, i suoi allievi, i suoi artisti prediletti.

Ce li faceva conoscere nella Scuola di studi Sardi diretta da Giovanni Lilliu, studiando con Marcella Bonello la cattedrale di Santa Giusta, oppure con Mimma Olita e Antonella Mione i due dipinti settecenteschi del Duomo di Cagliari con una relazione pubblicata su Studi Sardi del 1979 o le tante piste seguite con l’allievo prediletto Aldo Sari ad Alghero e in tutta l’isola; con Paolo Benito Serra a Fordongianus; con Gianni Tore, con Anna Maria Saiu, con Alma Casula. Ci parlava dei suoi maestri, Raffaello Delogu, Renato Salinas, Corrado Maltese, Alberto Boscolo. Raccoglieva un’enormità di schede con le foto di Oscar Savio.

Nel suo primo insegnamento a Carbonia e Iglesias aveva conosciuto Don Leone Porru, con il quale avrebbe poi studiato il santuario sulcitano e i suoi frammenti scultorei, le sue pitture, la tradizione relativa ad Antioco arrivato dalla Mauritania in sulcitana insula Sardiniae contermina su una parva navicula.

E poi a Cagliari don Vincenzo Fois che conoscevo da ragazzo nel CSI, rettore di S. Agostino, scomparso nel 2020: una figura di sacerdote capace di coinvolgerci tutti, fino a Pavia, l’antica Ticinum, per le reliquie trasportate dai monaci inviati a Cagliari da Liutprando, che le aveva acquistate e fatte prelevare dal primitivo santuario alle nostre spalle dove il corpo di Agostino restò per oltre due secoli, più tardi collocato nella splendida arca marmorea voluta dai Visconti: lì in San Pietro in ciel d’oro ho visto recentemente una scultura di Pinuccio Sciola donata da Don Vincenzo, che rappresenta il vescovo di Ippona nel suo letto di morte.

A Sassari mi aveva sorpreso l’amicizia profondissima con il canonico del Duomo Pietro Desole autore del bel volume sulla Cattedrale di San Nicola, i retabli, il dipinto della crocefissione, il paliotto, la rappresentazione dei martiri turritani nel bassorilievo marmoreo del presbiterio seicentesco sopraelevato: scene che ricordano da vicino gli scavi a Torres promossi dall’arcivescovo Manca de Cedrelles e si sono ispirati alle statue della cripta del San Gavino che rappresentano i sancti innumerabiles.

A Bosa per la cattedrale di San Pietro, tema della mia relazione per la Scuola di specializzazione che rilesse accuratamente che la Serra volle pubblicata dopo averla riletta accuratamente; il tema è oggetto del bellissimo articolo di Bruno Billeci. E poi ancora a Bosa per il tesoro del duomo con questo reliquario cinquecentesco di bottega cagliaritana; oppure nel castello dei Malaspina, correggendo la lettura degli affreschi di età giudicale, con Mariano IV; a Sagama per l’attribuzione a Nino Pisano dell’Arcangelo Gabriele.

A Cabras con Raimondo Zucca, per la chiesa bizantina di San Giovanni di Sinis oppure nel duomo di Oristano.

Il dolore più grande dieci anni fa per la scomparsa dell’allievo Roberto Coroneo, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, che aveva ricordato con emozione sulla rivista “Domitia” nel 2014, ripercorrendo una strada di formazione e di continuo confronto, ricordando i mille successi, l’apprezzamento generale e il rimpianto di tutti i colleghi.

A Sinnai con Cecilia Contu e gli eredi di Anselmo Contu che a mio avviso sono alla base di questo sconfinato amore per la Sardegna, quando si trattava di costruire dalle fondamenta, dopo Raffaello Delogu, una disciplina che si era limitata quasi esclusivamente all’architettura: si aprivano praterie su tanti campi della storia dell’arte in Sardegna, la pittura, la scultura, l’oreficeria. Sullo sfondo mi pare ci fosse una visione aperta, progressista, sardista, che si manifesta ad esempio nell’inedito carteggio di Emilio Lussu per l’Archivio Storico Sardo del 2018.

E poi gli artisti, da Costantino Nivola a Pinuccio Sciola a San Sperate, che aveva conosciuto per il tramite di Salvatore Naitza e di Alberto Rodriguez, quando il paese contadino del Campidano è uscito da un sonno millenario, quando i suoi abitanti tutti all’improvviso si sono appassionati di arte, hanno creduto nella rivoluzione del sorriso, hanno compiuto un percorso culturale che è stato anche un’esperienza collettiva che oggi possiamo riconoscere ormai entrata nella storia della Sardegna. Ne ha parlato nel volume intitolato Il legno, l’argilla, la pietra. Sculture di Sciola tra il 1960 e il 1990. Fino ad arrivare negli ultimi anni a Mariano Chelo, l’artista che gli avevo fatto conoscere e che ha lo studio in Via Garibaldi, proprio accanto alla bella casa di famiglia in pieno centro, casa che mai ha voluto lasciare. Qui sono esposte le opere un po’ naif di Alberto, con il draghetto colorato beneaugurante che spesso mi è stato donato con grande affetto; mi dicono che ora Alberto si dedica alla gioielleria e alla rappresentazione di barche a vela che navigano su un mare davvero unico.

Le belle pagine di Mauro Dadea in questo volume fortemente voluto dalla Deputazione di storia patria e dall’amica Luisa D’Arienzo colmano oggi una lacuna, ci presentano le tante opere di Renata, riaprono piste e prospettive di ricerca su una storia dell’arte in Sardegna molto allargata dai mosaici tardo antichi del IV secolo fino al medioevo e al Rinascimento: oltre 12 secoli, studiati per nuclei tematici, il contributo originale dell’arte barbarica della Sardegna, prodotto di vere e proprie scuole artigianali poco note; l’età romanica, l’architettura sardo-catalana o gotico-catalana. Oppure i tesori delle chiese partendo da una geografia ricca e rispettosa di tutte le esperienze: dalla chiesa di Bonaria o di San Michele o di San Domenico a Cagliari fino a Telti, Nuxis, Ardauli, Zuri; oppure l’arte giudicale, le innovazioni catalane e spagnole. Infine i maestri, come il Maestro di Ozieri attraverso la lettura del bel volume di Maria Vittoria Spissu allieva di Caterina Virdis. In un momento di sincerità, Renata ammise con me di aver letto un po’ troppo criticamente il volume. Vedo che a Mauro Dadea la questione non è sfuggita.

Poi Pietro Cavaro, il manierismo di Francesco Pinna, fino a Gaetano Cima.

La storia della disciplina, il ruolo di Giovanni Spano; la riflessione sullo stato attuale della ricerca nella storia dell’arte in Sardegna nel tumultuoso incontro in cittadella del 1982, con questa sottolineatura – in Sardegna – che in realtà allagava lo sguardo ad ambito europeo, alle grandi scuole, alle grandi correnti culturali, facendo dell’isola un osservatorio, quasi un crocevia di impulsi differenti.

Nell’articolo che ho scritto pensando a lei, ho tentato di riproporre il tema del rapporto tra i mosaici africani e quelli della Sardegna tanto cari a Renata Serra e a Simonetta Angiolillo, che in questo volume rilegge la villa romana di Capo Frasca: Carales giganteggia come la grande capitale delle province transmarine del regno vandalo, in un quadro cristiano che non rinuncia alla cultura classica pagana e al mito, che popolava ancora la fantasia nei naviganti nel Mare Sardum: sono gli dei pagani che accompagnano il corteo nunziale di Vitula e di Giovanni a Carales, ut ratis incolumis Sardorum litora tangat. L’erba sardonia sarebbe stata addolcita dalle roselline di Sitifis.

Sul rapporto tra pagani e cristiani, come non pensare all’omelia proprio di Sant’Agostino recentemente riscoperta, pronunciata nella basilica della nostra Thignica, Ain Tounga in Tunisia, rivolgendosi i fedeli: Vos ante paucos annos pagani eratis, modo christiani estis, parentes vestri daemoniis serviebant.

Renata Serra ci lascia la sua visione dell’arte, il senso del bello, il gusto per la scoperta: alcune opere monumentali come Pittura e scultura dall’età romanica alla fine del 500 pubblicata da Ilisso nel 1990 con le schede di Roberto Coroneo, i volumi curati per Poliedro, Jaka Book, Electa, soprattutto questa sua fedeltà alle riviste più amate, Archivio Storico Sardo e Studi Sardi; quest’ultima ancora ci manca.

Questo libro ci restituisce una visione del mondo, un metodo di studio, un orizzonte geografico, in qualche modo anche la sua voce.

Incontro su “Sabatino Moscati e la via del sole”, Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia 14 ottobre 2023

Africa ipsa parens illa Sardiniae: Sabatino Moscati tra Cartagine e Sulki: Incontro su “Sabatino Moscati e la via del sole”, Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Sala della Fortuna, 14 ottobre 2023

È davvero un onore grande per me intervenire a nome della Scuola Archeologica italiana di Cartagine, a questo incontro nel quale saranno premiati tra gli altri Emmanuel Anati direttore del Centro Camuno di studi preistorici, Daniele Malfitana direttore della Scuola di specializzazione in Beni Archeologici di Catania, Giuseppe Centomani, già direttore del Centro di Giustizia Minorile della Regione Campania, Eva Degl’Innocenti, direttrice del Polo Museale di Bologna (già allieva di Marco Milanese ad Uchi Maius).

Voglio ringraziare il Presidente di Archeoclub Italia Rosario Santanastasio, la Vice Fortunata Flora Rizzo, il Presidente onorario della SAIC Piero Bartoloni, il socio Federico Mazza, Giuseppe M. Della Fina, i molti rappresentanti della Famiglia Moscati.

  1. Cicerone e la “natio” dei Sardi arrivati dall’Africa

Mi è sempre stato caro il breve ma fulminante articolo di Sabatino Moscati (Roma, 24 novembre 1922 – Roma, 8 settembre 1997) su Africa ipsa parens illa Sardinia, pubblicato sulla “Rivista di Filologia e di istruzione classica” nel lontano 1967 (pp. 385-388), che ricalca l’espressione del “tardo” e “parziale” Cicerone (gli aggettivi sono dell’autore) dall’orazione in difesa di M.Emilio Scauro (Mastino 2015, pp. 141-181; 2021, pp. 113-139): a proposito della penetrazione di genti africane in Sardegna, dell’artigianato artistico, delle caratteristiche dello sfruttamento agricolo da parte dei Cartaginesi (penso alle più recenti posizioni di Peter Van Dommelen, 2019). Per Moscati «la Sardegna sembra esser stata considerata dai Cartaginesi piuttosto una parte integrante dello “Stato”, sia pure con organizzazione particolare e autonoma, che come semplice colonia». Come è noto l’orazione ciceroniana è influenzata dalla polemica giudiziaria, perché fu pronunciata per difendere un governatore disonesto, appartenente al partito senatorio. La testimonianza dei centoventi testimoni di accusa, tutti di origine sarda, non poteva essere accolta, perché dettata dall’avidità per i premi promessi da un console filo-popolare. Del resto l’oratore sosteneva che la “nazione” alla quale appartenevano i testimoni appariva così superficiale e vacua che tra i Sardi non c’era nessuno capace di distinguere la schiavitù dalla libertà se non per il fatto di poter mentire impunemente, per poter accusare un governatore ostile ai populares tanto amati in Sardegna: postremo ipsa natio, cuius tanta vanitas est ut libertatem a servitute nulla re nisi mentiendi licentia distinguendum putent (17,38). I testimoni sardi vestiti di pelli di capra usavano una loro unica lingua, perseguivano un loro unico scopo nascosto, non già espressione del risentimento per un abuso subito ma di simulazione, sotto l’impulso delle ricompense promesse, non delle offese effettivamente ricevute da Scauro: l’uccisione di Bostare di Nora, la violenza e l’impiccagione della moglie di Arine durante la festa dei Parentalia ancora a Nora, la riscossione di tre decime: nunc est una vox, una mens non expressa dolore sed simulata, neque huius iniuriis, sed promissis aliorum et praemiis excitata (18, 41). E qui vox potrebbe davvero assumere il significato di lingua di un popolo barbaro e riferirsi, più che alla lingua cananea dei Cartaginesi di Nora, al protosardo degli eredi dei nuragici, la lingua perduta che ha preceduto il latino, un suono indistinto, un rumore, un frastuono fatto di parole incomprensibili, ma comunque accusatorie nei confronti di Scauro, dette per il tramite di un interprete. L’accusa principale riguardava del resto i Sardi delle campagne, i Sardi Pelliti (quelli che più tardi verranno sinteticamente definiti la rustica plebs della Sardegna), in relazione alla riscossione di una terza decima sui prodotti dei campi; le altre accuse – per Cicerone meno gravi – che riguardavano fatti avvenuti a Nora, antica colonia fenicia, non sembrano richiedere l’uso della lingua cananea da parte dei testimoni che secondo l’Arpinate erano poco credibili e vestiti con la mastruca, arrivati con le ipotetiche deportazioni di popoli africani in Sardegna da parte dei Cartaginesi. Cicerone si poneva il problema e si chiedeva come fosse possibile credere ad un gruppo di testimoni sardi, in quanto hanno tutti lo stesso colorito olivastro, parlano tutti una stessa lingua incomprensibile, tutti senza eccezione appartengono alla stessa nazione (sin unus color, una vox, una natio est omnium testium ?) (9,19). Discendenti dai Cartaginesi, mescolati con sangue africano, relegati nell’isola, i Sardi secondo Cicerone presentavano tutti i difetti dei Punici, erano dunque bugiardi e traditori, gran parte di essi non rispettavano la parola data, odiavano l’alleanza con i Romani, tanto che in Sardegna non c’erano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere, mentre i Sardi erano sottoposti al pagamento dell’umiliante stipendium col quale si pagavano le truppe di occupazione. L’espressione natio è utilizzata pochi anni dopo (nel 37 a.C.) anche da Varrone, a proposito dei Sardi Pelliti della Barbaria sarda alleati di Hampsicora durante la guerra annibalica e per questo avvicinati ai Getuli africani: quaedam nationes harum (caprarum) pellibus sunt vestitae, ut in Gaetulia et in Sardinia (Varrone, De re r. II, 11, 11). Per restare agli immigrati dall’Africa, sappiamo dell’esistenza di un popolo misto, i Sardolibici isolani, che secondo gli Ioni di Lesbo fin dal V secolo a.C. in viaggio non portavano con sé altra suppellettile che una tazza per bere il vino e una spada, kulix e machaira, evidentemente ispirati da Dioniso (FgrHist. 90 F 103r; 4 F 67; Nic. Dam. Frg. 137 Müller; Mastino 2016, p. 41).

Merito del nostro Maestro è quello di aver valorizzato la singolare espressione ciceroniana (45, 1) Africa ipsa parens illa Sardiniae, tanto fortunata da essere più di recente adottata per il volume di Paola Ruggeri (1999), per indicare un filone che ha potuto svilupparsi con i primi convegni de “L’Africa Romana” iniziati nel 1983, inizialmente centrati sul tema delle “relazioni” mediterrannee. In altri passi Cicerone utilizza come sinonimi gli aggettivi ‘africano’ e ‘sardo’: Etenim testis non modo.Afer aut Sardus sane, si ita se isti malunt nominari… (15);.Agmen tu mihi inducas Sardorum et catervas et me non in criminibus urgere, sed Afrorum fremitit terrere conere… (17). <<In fine, il giudizio sulle origini e i modi della frammistione afro-sarda risulta estesamente da un passo ulteriore: Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodideruntt. Ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibuss, multis violatis fractisque foederibits nihil se degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni (42)>>.

Da qui il parere di Moscati: <<Questi giudizi, per essere espressi da una fonte non storica, tarda ed evidentemente parziale, sono stati finora generalmente trascurati; e ciò tanto più in quanto essi apparivano una semplificazione ed un’alterazione evidente delle conoscenze affermate sulla presenza fenicia e punica in Sardegna. Ora, che la fonte non sia storica, che sia posteriore nel tempo rispetto alla penetrazione punica in Sardegna e che rifletta chiari intenti polemici, nessuno vorrà negare: ma il problema resta se la realtà da essa riflessa debba ritenersi sostanzialmente alterata, ovvero se, alla luce degli ultimi ritrovamenti e degli studi più recenti, la fondatezza delle affermazioni ciceroniane possa in qualche modo rivalutarsi>>. Moscati precisava che <<due sono le componenti del giudizio di Cicerone per quanto concerne l’isola, se si prescinde dalle formulazioni polemiche: l’ampia penetrazione in essa di genti africane e il carattere coatto e punitivo della colonizzazione, o meglio della deportazione>>.

Seguiva un accurato approfondimento del tema che qui non ci è possibile seguire: <<le scoperte degli ultimi tempi saldano la catena di una penetrazione che si estendeva a tutte le coste ed alla massima parte dell’interno; quanto alle poche zone non direttamente occupate, esse dovevano esser tenute sotto controllo a mezzo sia di piazzeforti opportunamente dislocate nei punti nevralgici sia di intensi scambi commerciali>>. La conclusione è davvero interessante per il ruolo svolto dalla Sardegna nell’impero cartaginese: <<Per la sua eccezionale condizione strategica, alla confluenza ed all’incrocio delle rotte marittime, sembra ormai chiaro che i Cartaginesi ne facessero una vera e propria piazzaforte nel centro del Mediterraneo, precedendovi i Greci ed impedendo loro ogni durevole conquista. Perciò, mentre altrove si limitarono ad attestarsi nelle zone costiere e sub-costiere, qui penetrarono a fondo nell’interno; mentre altrove cercarono soprattutto un controllo degli empori commerciali (succedendo in essi ai Fenici ed alla loro politica), qui esercitarono un’opera intensa di immissione e di sovrapposizione di genti africane, sicché le espressioni della Pro Scauro appaiono sostanzialmente giustificate>>.

Si arriva a dimostrare l’esistenza di una <<politica di penetrazione etnica, attraverso il trapianto in massa di popolazioni, che dovette accompagnarsi al suddetto controllo. Quanto poi al fatto che la Sardegna servisse allora, come più volte in seguito, da luogo di confino e di deportazione, esso può aggiungere una precisazione ed una determinazione ulteriore al fenomeno, senza alterarne la fondamentale sostanza. La ricorrente associazione della Sardegna alla Libia, soprattutto nel caso del secondo trattato con Roma, mostra non solo (in senso negativo) una sostanziale differenza di condizione tra questa e le altre colonie puniche, ma anche (in senso positivo) una più o meno conscia impostazione politica che richiama singolarmente, e pur con tutte le riserve che occorrono in simili paragoni, qualche situazione di epoca a noi ben più vicina>>, e torna l’osservazione sul fatto che l’isola (come l’Iberia) sembrano far parte integrante dell’impero cartaginese nella madrepatria africana.

  • La Sardegna: l’artigianato popolare delle stele a specchio (I secolo a.C.).

Ho avuto modo di discutere il tema delle nuove scoperte di stele a specchio avvenuto a Viddalba con l’ultimo Sabatino Moscati e di confrontarmi con lui sul tema dell’artigianato popolare della “Scuola” del Sassarese (ricerca poi pubblicata in Mastino, Pitzalis, 2003): lo studioso nel volume su Le stele a “specchio”: artigianato popolare nel Sassarese (Moscati et alii 1992; vd. Moscati 1991 pp. 145-147; 1992, pp. 107-109; Moscati e Uberti 1984-85, pp. 37-55 e 1991) ha avuto il merito trenta anni fa di individuare, all’internodel quadro regionale, la specificità del Sassarese, che rappresenta effettivamenteun caso a sé stante. A parte i ritrovamenti di Alghero, un universo autonomo è rappresentato dai monumenti sepolcrali di Ossi, Sorso, Sennori, Castelsardo, Tergu, Valledoria, Viddalba, dunque sulle due rive del Coghinas. In quest’area sono state raccolte oltre cento stele, oggetto di un’accurata catalogazione (a firma di Fulvia Lo Schiavo, Giuseppe Pitzalis e Maria Luisa Uberti). Andrebbe decisamente superata l’interpretazione di chi considera tali gruppi di stele come semplici «sopravvivenze di una tradizione punica in età romana: sopravvivenze più o meno illanguidite e variamente alterate, di carattere tipicamente popolaresco», oppure in alternativa come «reviviscenze, sulla base di nuovi apporti etnici e culturali dall’Africa» di motivi più antichi; in particolare Sabatino Moscati tende a correggere sia chi parla di persistenze puniche come Gianni Tore (1985, pp. 135-146) sia chi invece preferisce parlare di «fenomeni di rivitalizzazione, derivanti da apporti di elementi punici nord-africani», come Sandro Filippo Bondì, per il quale proprio il rilievo lapideo isolano potrebbe testimoniare l’arrivo di nuovi e non trascurabili apporti etnici dall’area nordafricana (1988, p. 210; 1990, pp. 457-464): la «fioritura» di questa particolare categoria di stele rivelerebbe l’opera di artigiani «certo a conoscenza delle realizzazioni puniche, ma portati a rielaborarne il repertorio secondo moduli propri, ben lontani stilisticamente da quelli dei prototipi», temi che tornano nel volume Tra Cartaginesi e Romani. Artigianato in Sardegna dal IV secolo a.C. al II d.C. (Moscati 1992).

Del resto la sintesi di Sabatino Moscati obbliga ad un rigoroso riesame critico di tutte queste posizioni, che forse possono essere articolate su base geografica, con una precisa differenziazione tra Romania e Barbaria: per Moscati il gruppo di stele del Sassarese avrebbe una sua distinzione ed una sua autonomia, che andrebbe messa in rapporto in particolare con una «precisa e caratteristica iconografia, cioè il motivo a “specchio”», che non andrebbe collegato «con la tradizione punica delle stele votive», ma che potrebbe effettivamente richiamare motivi africani, all’interno di un quadro di piena romanizzazione; ragioni tipologiche, iconografiche e stilistiche portano Sabatino Moscati a respingere decisamente qualunque influenza punica, anche in relazione alla funzione votiva delle stele puniche e funeraria delle stele sarde, come testimoniano proprio le iscrizioni; del resto che le immagini rappresentino effettivamente il defunto è dimostrato dalla scelta iconografica di rendere soltanto il viso di uno o due personaggi, raramente le figure complete, che rappresentano vere e proprie eccezioni; lo schema architettonico, il motivo vegetale stilizzato, la tipologia «a bulbo» di alcune figure, richiamerebbero le edicole funerarie romane, con un carattere popolaresco frutto di una precisa scelta stilistica talora di qualità di un gruppo di artigiani che apparterrebbero appunto alla «scuola» del Sassarese. Se l’eredità punica dovesse essere effettivamente considerata remota (anche se in realtà potremmo proporre confronti sicuramente pertinenti), l’elemento più innovativo del discorso di Sabatino Moscati sembra rappresentato dal richiamo alla «circolazione dei modelli e degli artigiani nell’area mediterranea» e soprattutto alle suggestioni africane nella Sardegna romana. Anche Piero Bartoloni ritiene significativo il relativo isolamento delle testimonianze di Viddalba nel quadro sardo, tanto che potrebbe pensarsi ad una presenza specifica di popolazione africana, magari in relazione all’attività di un reparto militare ausilario (viva voce): insomma siamo oltre quello che lo stesso Moscati ha definito “il tramonto di Cartagine”, in relazione alle nuove scoperte in Sardegna e nell’area mediterranea (Moscati 1994; vd. Moscati 1992; importante la sua comunicazione «Da Santa Gilla a Viddalba. Il tramonto della civiltà punica in Sardegna», intervento letto da S.F. Bondì nel 1990 a Cagliari al VIII Convegno de L’Africa Romana ma poi non pubblicato come tale: Atti, p. 11). Le ultime scoperte a Viddalba hanno confermato su tutta la linea questa impostazione, per la presenza di un centro urbano (Portus Tibulas sul Coghinas, poi Ampurias ?) con una necropoli attiva alla fine dell’età punica e nella prima età romana; le stele figurate sembrano appartenere al I secolo d.C., se sono state reimpiegate nelle murature di alcune tombe nel corso del III secolo d.C. La presenza del testo scritto non doveva essere sentito del tutto estraneo a questa classe di monumenti, dal momento che ora abbiamo numerosi casi inscritti in latino (una decina) e in almeno due stele conosciamo delle targhe epigrafiche realizzate ribassando la cornice, destinate a contenere un titulus (Mastino, Pitzalis 2003, pp. 657-695).

  • La Sardegna fenicia e punica: la visione di Sabatino Moscati

Nella produzione di Sabatino Moscati non si può prescindere dal volume del 2005 Fenici e Cartaginesi in Sardegna, curato per la Ilisso da Piero Bartoloni, ma desidero anche richiamare alcuni temi relativi alla Sardegna nel mondo Mediterraneo, i tanti itinerari proposti, attingendo ai soli titoli posseduti dalla Biblioteca Sabatino Moscati a Cartagine: il culto di Venere Ericina (Moscati 1967 b, vd. ora Ruggeri 2023, pp. 15-58), i gioielli di Tharros (Moscati 1988; vd. anche Moscati 1987 e Acquaro Moscati, Uberti 1975), i leoni di Sulci, che tanto ricordano quelli del mausoleo di Sabratha (Moscati 1988, pp. 27-31), le terrecotte di Santa Gilla (Moscati, 1991), le figurine dell’Antiquarium Arborense (Moscati, 1969), le grandi collezioni (Acquaro, Moscati, Uberti, 1977); il bilancio sugli studi sulla Sardegna fenicio-punica firmato assieme a Piero Bartoloni e Sandro Filippo Bondì (Bartoloni, Bondì, Moscati, 1997). Poi soprattutto la grande impresa della ripresa degli scavi ad Antas, con questa straordinaria équipe mista italo-tunisina (Acquaro, Barreca, Cecchini, Fantar, Fantar, Guzzo Amadasi, Moscati, 1969) e i nuovi studi sul tempio del Sardus Pater figlio del Maceride africano (Moscati, 1968-69), tema recentemente ripreso per volontà di Mario Torelli da Raimondo Zucca (Zucca cur., 2019). Né possiamo dimenticare la lucida analisi su “La via delle isole” (Moscati 1993, pp. 87-90), i rapporti con la Sicilia, l’esperienza di Mozia (Moscati, Uberti 1981).

La presenza a Sassari del suo primo allievo Piero Bartoloni ha poi determinato un significativo sviluppo degli studi fenicio-punici sulla scia del maestro: la sua famiglia ed in particolare la moglie Anna Enrico Moscati ha determinato la nascita a Palazzo Segni nel 2005 della Biblioteca Sabatino Moscati, ora affidata a Michele Guirguis, presso la sede della SAIC, con una specializzazione fenicio-punica.

  • Il Nord Africa: M’hamed Fantar e Ferruccio Barreca

Se passiamo al Nord Africa ed a Cartagine, avremmo mille cose da raccontare sulle attività di Sabatino Moscati a Cartagine ed a Capo Bon, il suo interesse per la cultura islamica, ma basterà citare il discorso inaugurale svolto a Tunisi nel 1991 per l’apertura del IIIe Congrès international des études phéniciennes et puniques, con gli atti curati da M. H. Fantar e M. Ghaki (Moscati 1995), dove rifletteva sulle origini della cultura occidentale, sulla necessità di superare gli studi biblici, di avviare nuove ricerche archeologiche, di estendere l’indagine a metodi innovativi per la comprensione dell’epigrafia fenicia e punica dal Libano a Cipro, da Kerkouane a Malta, da Mozia e Monte Sirai fino a Cadice. Le nuove generazioni di studiosi che allora si affacciavano, le cattedre universitarie, le riviste scientifiche e divulgative come Archeo. Infine i congressi internazionali, da Roma nel 1979 e nel 1987, poi a Tunisi nel 1992, a Cadice nel 1995; una iniziativa che prosegue, passando per Marsala-Palermo nel 2000, Lisbona nel 2005, Hammamet nel 2009, Carbonia-Sant’Antioco nel 2013, Oristano nel 2017, fino ad Ibiza nel 2022.

Il punto di contatto tra la Sardegna e il Nord Africa passa su due versanti, quello tunisino con M’hamed Fantar (laureato ad honorem a Sassari il 22 febbraio 2008) e quello sardo con Ferruccio Barreca (Soprintendente a Cagliari) oltre che col collega Vincenzo Tusa (a Palermo), con i quali aveva lavorato per anni dal 1966 nelle prospezioni archeologiche sul Capo Bon e dal 1971 sul Capo Zebib, con l’aiuto di una équipe di ricercatori dell’Università di Roma e dell’Institut National d’Archéologie et d’Art de Tunis; da qui la serie Collezione di Studi Fenici con i volumi pubblicati tra il 1973 e il 1983. Sabatino Moscati ha promosso in parallelo numerose ricerche volte alla pubblicazione e alla catalogazione di classi di materiali conservati nei musei della Tunisia: i rasoi punici (Enrico Acquaro), le stele arcaiche del tophet di Cartagine (Piero Bartoloni), e, incluso nel Corpus delle Antichità Fenicie e Puniche dell’Unione Accadémica Nazionale, il lavoro di Zohra Cherif, Terres cuites de Tunisie, pubblicato a Roma nel 1996. Infine, possiamo ricordare l’impresa archeologica a Zama Regia concepita e promossa da Moscati nel 1977 e realizzata tra il 1999 e il 2012 da Piero Bartoloni e Ahmed Ferjaoui (vd. Guirguis, Mastino, Solinas, Ganga, 2016, pp. 176-191).

Moscati aveva dedicato un limpido ricordo del suo rapporto con il Soprintendente Ferruccio Barreca appena scomparso sul nostro IV volume de “L’Africa Romana”, dove scriveva: <<In lunghi anni di ricognizioni e scavi scoprì nuovi centri, come quello di Monte Sirai, e ne esplorò altri, come quelli di Sulci e di Tharros. Non meno importanti furono le prospezioni archeologiche da lui effettuate nell’interno della Sardegna, che hanno posto in luce un imponente sistema di fortificazioni puniche nell’entroterra. La sua genialità nelle ricognizioni lo portò ad importanti scoperte di fortificazioni cartaginesi in Tunisia ed in Algeria, nell’ambito di una serie di missioni italiane>> (Moscati 1987, p. 22). Del resto ci aveva sempre seguito con messaggi o interventi come a Sassari nel 1989 per il VII convegno de L’Africa Romana (Atti, p.17) oppure a Cagliari per l’VIII congresso del 1990 con una comunicazione di nuovo sul tramonto della civiltà punica in Sardegna (intervento scritto letto da S.F. Bondì, Atti, p. 11).

 Le sue imprese in Africa furono condotte da posizioni diverse: l’Università “La Sapienza”, la seconda Università di Roma Tor Vergata (dagli anni Ottanta, dove ne ricordo nitidamente l’ufficio in un motel riutilizzato per la Facoltà di Lettere e Filosofia, a fianco a quello di Lidio Gasperini), l’Istituto per l’Oriente e dall’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente durante la sua presidenza(1978-79), il Centro di Studio per la Civiltà Fenicia e Punica del CNR fondato nel 1969 e legato all’Istituto di Studi del Vicino Oriente dell’Università romana(dal 1993 al 2002 Istituto per la Civiltà Fenicia e Punica e poi Istituto di Studi sul Mediterraneo Antico – ISMA; oggi Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale – ISPC) Ancora voglio ricordare il progressivo allargamento di orizzonti con la sua presidenza dell’Accademia Nazionale dei Lincei (che arriva fino a giugno 1997) o il ruolo presso l’Enciclopedia Archeologica e l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, con la fondazione della rivista Archeo (1985). Moscati è stato fra i principali promotori della serie di mostre a tema archeologico di Palazzo Grassi a Venezia, in particolare di quella celeberrima sui Fenici del 1988. L’Accademia Nazionale dei Lincei ha istituito il “Premio Moscati” per gli studi sulle civiltà del Mediterraneo.

Per riscoprire la figura di Sabatino Moscati attraverso la Scuola archeologica italiana di Cartagine nata nel 2016, la Famiglia Moscati ha avviato i contatti con RAI – Teche per la realizzazione di una sezione di documentazione multimediale, dove potrà essere possibile visionare video di valore educativo, di ambito culturale. Con la collaborazione di Paola e Laura Moscati saranno selezionati una serie di frammenti di trasmissioni televisi­ve, relative a rubriche quali “Le pietre raccontano” e “Sulle orme degli antenati”, ma anche interviste su tematiche e scoperte specifiche dell’archeologia orientale e fenicio-punica che hanno come protagonista il compianto Maestro.

  • Il Nord Africa: Cartagine nel patrimonio mondiale UNESCO

Ho avuto modo di ricostruire in passato il ruolo svolto da Antonino Di Vita, Sabatino Moscati, Andrea Carandini nelle attività propedeutiche all’inserimento del sito archeologico di Cartagine 40 anni fa nella lista del patrimonio mondiale immateriale dell’UNESCO (Mastino 2019); avevano svolto un ruolo particolarmente attivo e significativo Azedine Beschaouch, direttore dell’INAA, l’Institut National d’Archeologie et d’Art de Tunisie dal 1973 al 1982 e Abdelmajid Ennabli, che ha coordinato le diverse équipes di ricerca internazionali e reso conto costantemente dei risultati raggiunti sul CEDAC Carthage, Bulletin du Centre d’études et de documentation archéologique de la Conservation de Carthage, Tunisie (cf. Caputo, 1978, pp. 210-217).

Come ho scritto (Mastino 2019): << Le fort engagement des Universités, du Governement, de l’Institut National de l’Archéologie et d’Art pour obtenir la prestigieuse reconnaissance et l’action de coordination, de promotion et de mise en valeur de l’identité de Carthage antique par l’UNESCO a représenté pour la ville et pour la Tunisie le moteur du développement, l’élément décisif d’un relecture de l'héritage à la lumière d'une approche qui devait absolument surmonter et vaincre la phase coloniale, la reconnaissance de la valeur des cultures des phases classiques mais sourtout la valeur historique de la futuhat, l'ouverture à l’Islam. La declaration de l’UNESCO a eu le mérite de modifier la perception de l'histoire de Carthage en tant que grande capitale de la Méditerranée, directement liée à l'est avec le Liban et la ville de Tire à l’Est et à l'océan occidental jusqu’à Gades et à Tanger: capitale à l'époque phénicienne, dans la phase punique, mais aussi à la longue période romaine qui a suivi la fondation de Gaius Graccus, César et Auguste, avec un territoire qui s’étend sur plusieurs kilomètres au-delà de celui qui avait été la frontière avec l’ancien royaume numide. Mais aussi une capitale vandale et une capitale byzantine, enfin l’arrivée de la dynastie des Omeyyades et le retour à être une grande capitale internationale à nos jours. La solemne declaration UNESCO de 1979 venait aprés l’article de Giacomo Caputo qui présentait l’activité des archéologues italiens à Carthage, en particulier celles conduites par le Centre National de la Recherche Scientifique et particulierment par le Centro di Studio per la Civiltà Fenicia e Punica (Caputo 1978, pp. 2010-217)>>. Avevo insistito a Tunisi sul ruolo svolto da Sabatino Moscati in quell’occasione, quando spese il suo prestigio, le sue conoscenze, le sue competenze per aiutare la Tunisia a ottenere il riconoscimento UNESCO per Cartagine, perché egli <<n'était pas seulement un grand philologue, érudit des langues sémitiques comparées, mais aussi un grand connaisseur des hommes, qui a su comprendre les talents des savants qu'il a rencontrés et a décidé de les enrichir>>. E ancora: <<Les relations amicales et scientifiques de Sabatino Moscati avec le monde de la culture tunisienne ont toujours été marquées par une grande estime et un respect mutuel des prérogatives nationales, comme ce fut le cas pour toutes les entreprises internationales promues au cours des décennies entre 1961 et 1997. La preuve en est la volonté que, dans toutes les entreprises menées en Tunisie, la direction scientifique a été la prérogative des chercheurs de l'Institut du Patrimoine la partageant avec les universitaires italiens>> (Mastino 2019).
  • Il Nord Africa: La biblioteca Sabatino Moscati a Tunisi ed a Cartagine

Come è noto la Scuola Archeologica Italiana di Cartagine è nata il 22 febbraio 2016 (all’indomani dell’attentato del Bardo), proponendosi di favorire con le sue attività forme di coordinamento tra iniziative che caratterizzino la cooperazione italiana in Tunisia, e più in generale nei Paesi del Maghreb, in ambito scientifico-culturale. La Società Scientifica intende configurare interventi organici, collegiali e articolati, capaci di favorire opportunità di ricerca, formazione e diffusione delle conoscenze sul patrimonio relativo alle civiltà preistoriche e protostoriche, preclassiche, classiche, tardo-antiche, islamiche, moderne; e insieme valorizzare gli apporti di ogni singola iniziativa in questo campo, mantenendo una visione ad ampio spettro e un coordinamento funzionale; infine contribuire attivamente al dialogo interculturale e alle politiche di sviluppo nel Maghreb.

Grazie alla donazione della Famiglia Moscati a favore della SAIC e all’impegno di Piero Bartoloni si è realizzata la « Bibliothèque Sabatino Moscati» in Tunisia. Essa è stata inizialmente collocata con i suoi più di 6000 volumi, nei nuovi locali dell’Agence de Mise en Valeur du Patrimoine et de Promotion Culturelle, Rue Chott Meriam – Tunis Montplaisir, poi dal 2019 al piano terra del Musée National de Carthage, Place de l’UNESCO – Colline de Byrsa (Carthage). La Biblioteca è diventata un faro per i progetti comuni dell’Italia in Tunisia, un laboratorio di ricerca, di formazione e di valorizzazione.

Nell’ambito della SAIC Academy è stato organizzato un ciclo di decine di seminari pubblici tenuti sulla piattaforma Zoom da vari specialisti italiani e stranieri, con molti partecipanti, prevalentemente tunisini, algerini, francesi, spagnoli, rumeni, italiani. Il seminario di apertura si è svolto sabato 24 luglio 2022 sul tema: La figura di Sabatino Moscati; la relazione e stata tenuta da Piero Bartoloni, Presidente onorario della SAIC e fra i primi allievi del compianto Maestro. A Sabatino Moscati si devono un’intesa attività di ricerca in tutto il Mediterraneo e la scoperta, in collaborazione con l’allora Soprintendente alle Antichità della Sardegna Ferruccio Barreca, di un sito archeologico di grande rilievo a Monte Sirai (Carbonia), dove attualmente le indagini sono dirette dal Socio SAIC Michele Guiguis che ha ereditato la direzione da Piero Bartoloni.

Come è noto, la nascita della Biblioteca Sabatino Moscati in Tunisia risale al 29 gennaio 2017, quando Laura e Paola Moscati in qualità di eredi hanno fatto pervenire una dichiarazione con la quale formalizzavano la donazione della biblioteca personale del grande studioso a favore della Scuola archeologica italiana di Cartagine perché fosse conservata e resa fruibile in una sede a Tunisi presso l’Agence Mise en Valeur du Patrimoine et de Promotion Culturelle (Direttore Generale Ridha Kacem). Piero Bartoloni, Presidente Onorario della SAIC, ha seguito personalmente le operazioni di spedizione delle 215 casse contenenti circa 6.000 volumi del peso di 4 tonnellate che dalla residenza romana della famiglia Moscati sono partite alla volta di Tunisi-Dogana di La Goulette dove sono state ritirate dai funzionari dell’AMVPPC. Come è registrato anche sul II numero di “Caster” (2018) il Consiglio Scientifico all’unanimità ha proposto e l’Assemblea ha deliberato in modo unanime di accogliere i familiari di Sabatino Moscati tra i Soci Benemeriti della SAIC, secondo quanto previsto dallo Statuto, con la formula associativa: “Famiglia Sabatino Moscati”e con la seguente motivazione: “per il dono generoso alla SAIC di circa 6.000 volumi della biblioteca del prof. Sabatino Moscati, che vengono posti a disposizione degli utenti nella sede tunisina della SAIC”.

Il Consiglio Scientifico ha deliberato la creazione di una apposita commissione per la gestione della biblioteca stessa, che nell’ultima versione prevede la presenza del Presidente e del Presidente onorario della SAIC, del Direttore Generale dell’INP, del Direttore Generale dell’AMVPPC e dell’avv. Giulio Donzelli per la Famiglia Moscati.

Nel corso del 2017 grazie anche ad un contributo della Fondazione di Sardegna è stata la nuova sede a Tunisi della Scuola e della Biblioteca Moscati presso l’AMVPPC a Tunisi-Belvedere; il 6 ottobre 2017 alla presenza delle autorità italiane e tunisine e delle rappresentanze delle Associazioni locali che lavorano per la valorizzazione di Cartagine si è svolta l’inaugurazione a Tunisi della Biblioteca Moscati, nel ventesimo anniversario della scomparsa del prof. Sabatino Moscati (24 settembre 1997). La biblioteca è specializzata in Archeologia, Scienze dell’Antichità e Tecnologie applicate ai Beni Culturali, Storia dell’Arte. Cinque studenti della Scuola di specializzazione in archeologia Nesiotikà di Oristano (Anna Lucia Corona, Ernesto Insinna, Davide Fiori, Donatella Bilardi, Alessandro Madau) hanno passato, grazie ai fondi del progetto Ulisse-Erasmus, tutto il mese di marzo 2017 a preparare l’allestimento della Biblioteca, che poi è stato effettuato ad agosto da Nesrine Nasr, Salvatore Ganga e Raymond Ganga. I volumi sono stati infine ordinati e disponibili sugli scaffali a settembre. In rapporto all’apertura della Biblioteca, sono pervenuti numerosi messaggi di congratulazioni per il successo della iniziativa e di auspicio per il suo futuro sviluppo (invitato l’Ambasciatore di Tunisia in Italia S.E. Naceur Mestiri).

Il Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari, prof.ssa Maria Del Zompo, ha così scritto:

<<È con vero piacere che, come Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari, colgo la gradita occasione di poter far giungere alle Autorità presenti, agli Illustri Colleghi e a tutti i convenuti i migliori saluti da parte di tutto l’Ateneo. L’inaugurazione di una biblioteca è particolarmente

importante. La grande scrittrice francese Marguerite Yourcenar faceva dire all’Imperatore Adriano dei Mémoires d’Hadrien (1951): Fonder des bibliothèques, c’était encore construire des greniers publics, amasser des réserves contre un hiver de l’esprit qu’à certains signes, malgré moi, je vois venir. Al di là dello studiato pessimismo – profetico ex post – che la scrittrice assegna ad Adriano, l’immagine è potente e positiva; e dice della essenzialità della cultura per nutrire lo spirito e la coscienza. D’altro canto, una iniziativa così meritoria quale quella dell’inaugurazione della biblioteca della Scuola Archeologica italiana di Cartagine, luogo di ricerca e di formazione avanzate, trova una ideale consonanza con l’intitolazione a uno studioso del livello di Sabatino Moscati, che ha dominato con pari e straordinaria maestria i campi della ricerca archeologia e antiquaria, epigrafica, filologica e linguistica, lasciando in eredità agli Studiosi opere che ancora costituiscono sicuri e imprescindibili riferimenti scientifici (si pensi solo all’opera An Introduction to the Comparative Grammar of the Semitic Languages del 1964). Come Rettore di un Ateneo sardo, non posso poi non ricordare gli intensi legami di Sabatino Moscati con la Sardegna, ovviamente e prima di tutto in ragione dell’importantissima presenza fenicio-punica, che studiò e conobbe profondamente in un fecondo intreccio di collaborazioni con gli Studiosi locali. Nel rinnovare un caloroso saluto, mi è dunque per molte ragioni davvero gradita l’occasione di formulare i migliori auspici per le attività della Scuola e per un prospero futuro della sua Biblioteca.>>

Gli organismi della Scuola hanno espresso il più vivo apprezzamento per le figlie dell’illustre

studioso, Laura e Paola Moscati, che hanno generosamente fatto dono del patrimonio librario costituente la biblioteca stessa, nonché per il Presidente onorario Piero Bartoloni, che molto si è adoperato in proposito, e per tutti coloro che, con il proprio impegno, la propria abnegazione, il proprio contributo hanno progettato, sviluppato e realizzato un obiettivo che appare con evidenza di grande significato, un passo concreto per lo sviluppo delle attività di formazione della Scuola, nel segno della collaborazione tra l’Italia e la Tunisia. Sergio Ribichini ha ricordato la memoria di Anna Enrico in Moscati, che con passione e dedizione ha curato negli anni l’ordinamento della Biblioteca. Su proposta di Piero Bartoloni i soci della SAIC hanno iniziato a contribuire all’incremento della Biblioteca Moscati, per renderla viva e darle un futuro prestigioso nel tempo e nel nome dell’illustre e comune Maestro, al quale sono stati dedicati gli Atti dell’ultimo Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, che sono stati presentati nell’occasione a Tunisi. I contributi della Fondazione di Sardegna al progetto La Biblioteca “Sabatino Moscati” a Tunisi e le pubblicazioni della SAIC: formazione, documentazione e promozione archeologica e culturale in Tunisia sono stati più volte destinati all’incremento del patrimonio librario e al potenziamento delle dotazioni (in particolare informatiche) della Biblioteca Moscati a Tunisi.

Sul “Corriere della Sera” il 2 gennaio 2018 veniva presentato il progetto intitolato Un ponte di libri. La Biblioteca Sabatino Moscati a Tunisi e le pubblicazioni della SAIC: formazione, documentazione e promozione archeologica e culturale in Tunisia.

Nel mese di luglio 2019 sono state prese le decisioni da parte dell’Institut National du Patrimoine, dell’Agence de Mise en Valeur du Patrimoine et de Valorisation Culturelle e della Scuola Archeologica Italiana di Cartagine per il trasferimento da Tunisi sulla Byrsa della Biblioteca Moscati, con lo scopo di rendere più facile l’accesso agli studiosi in un luogo altamente evocativo e simbolico: alcuni membri del Consiglio Scientifico della SAIC hanno seguito con Samir Aounallah i lavori per la realizzazione al piano terra del Museo di Cartagine della sala riunioni SAIC, della Biblioteca Moscati, dell’ufficio del bibliotecario, per l’acquisto delle attrezzature informatiche necessarie e di parte della scaffalatura ed i mobili. A fine novembre, Salvatore e Raymond Ganga hanno contribuito a trasferire i volumi della Biblioteca Moscati nella nuova sede presso il Museo archeologico di Cartagine dalla sede dell’AMVPPC a Tunisi. È stato formalizzato l’accordo con l’Association Historique et Archéologique de Carthage – AHAC (Samir Aounallah e Fathi Béjaoui). È pervenuta alla Scuola la proposta di collaborazione da parte del Direttore del Dipartimento di Lingue Europee, dell’Institut Supérieure des Langues de Tunis – Université de Carthage, prof. Abdelmonem Khelifi, per l’accesso alla Biblioteca Sabatino Moscati da parte degli studenti di tale Istituzione e l’avvio di una collaborazione anche più stretta, finanche per la schedatura del materiale librario. In proposito è stato firmato un protocollo di cooperazione tra la SAIC e l’ Institut Superieur des Langues de Tunis, Université de Carthage per l’accesso degli studenti. I volumi sono stati trasferiti a fine novembre 2019 e quindi catalogati da personale qualificato nell’estate 2022. La SAIC si è occupata della formazione del personale bibliotecario e dell’arricchimento con ulteriori volumi, per donazione o acquisto. Nel settembre 2019 i rappresentati della SAIC hanno incontrato Samir Aounallah a Cartagine per visitare i locali della Biblioteca Moscati in via di organizzazione al piano terra del Museo di Cartagine.

Già da un anno completamente arredata, la Biblioteca “Sabatino Moscati” allestita dalla SAIC, in collaborazione con l’AMVPPC e l’INP è stata aperta a Cartagine nel 2022 all’interno del Museo sulla Byrsa con la presenza degli uffici di Samir Aounallah e di Nesrine Nasr, entrambi dell’INP, grazie all’impegno di Salvatore e Raymond Ganga. La Biblioteca, a causa dell’emergenza sanitaria, e stata inaugurata il 16 maggio 2022 anno del centenario della nascita del compianto Maestro al quale è dedicata. Terminata la schedatura delle opere possedute è stata effettivamente aperta al pubblico il 14 dicembre 2022.

Grazie all’impegno della Commissione di vigilanza sulla Biblioteca e al contributo della Fondazione di Sardegna con borse di studio per studenti, grazie all’accordo con la Biblioteca universitaria di Sassari (Giovanni Fiori e Davide Deiana), di Samir Aounallah, di Nesrine Nasr, di Salah Ghad e di Salvatore Ganga, si è proceduto nel corso del 2022 alla schedatura delle opere della biblioteca: al momento la biblioteca ha avuto schedate 4884 monografie, 606 periodici (105 titoli differenti), 115 opuscoli inseriti nel Sistema Bibliotecario Nazionale come sezione della Biblioteca Universitaria di Sassari con il software SEBINA NEXT. Catalogazione descrittiva (ISBD consolidate e REICAT con aggiornamenti 2017) e semantica, compresa di stringhe di soggetto, scelte attraverso il Nuovo Soggettario BNCF aggiornato nel marzo 2022 e di CDD. Il 14 ottobre 2022 sono iniziate le operazioni di sistemazione delle etichette sui 6000 libri della Biblioteca Moscati a Cartagine, curate da Silvia Bullo e quattro studenti tunisini, seguiti a distanza dai colleghi italiani: ogni libro ha ora la sua collocazione definitiva. Il lavoro si e concluso nei primi di novembre. La borsista SAIC Ons Inoubli ha svolto la sua attività in Biblioteca. La Biblioteca è stata aperta ogni martedì, mercoledì e giovedì.

Il 14 dicembre la Biblioteca è stata aperta al pubblico con una lezione di Piero Bartoloni: Sabatino Moscati et la Méditerranée à l’occasion du centenaire de sa naissance (Rome, 24 novembre 1922 – Rome, 8 septembre 1997). Il giorno dopo si è svolta l’inaugurazione del XXII Congresso de L’Africa Romana (Sousse, 15-20 dicembre). Questo nuovo centro culturale sulla cima della collina di Didone è destinato a diventare un prezioso punto di riferimento per numerosi eventi nel prossimo futuro e la SAIC si è impegnata a farlo diventare un polo di alta formazione. Varie visite alla Biblioteca Moscati dei partecipanti alle ricerche archeologiche ed epigrafiche a Kerkouane, Numluli, Thuburbo Maius e Thignica si sono svolte per tutto l’anno 2022 e nel 2023, seguite dalla visita di Sergio Ferdinandi vicepresidente ISMEO, che ha firmato una convenzione con la SAIC il 14 dicembre 2022.

Nell’incontro del 17 maggio 2023, al quale ha partecipato il nuovo direttore dell’IICTunisi prof. Fabio Ruggirello, è stato anche predisposto un accordo tra la SAIC, l’INP e l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi e l’Association Historique et Archéologique de Carthage per la mostra su Luigi Balugani e le antichità romane nel Maghreb «Du crayon au clic» (curata da Luigi Vigliotti), aperta il 26 giugno 2023 alla Biblioteca Moscati nella Byrsa di Cartagine fino ai primi di ottobre. La mostra è stata inaugurata dall’ambasciatore italiano Fabrizio Saggio e dall’addetto culturale che ha concesso un contributo finanziario, dell’AMVPPC Daouda Sow e da un rappresentante del Direttore Generale dell’INP Boutheina Maraoui, dai presidente dell’AHAC e della SAIC. Erano presenti molti direttori di missione (Antonella Coralini, Paola Ruggeri Pier Giorgio Spanu e altri rappresentanti delle 17 missioni tuniso-italiane finanziate dal MAE), rappresentanti della Famiglia Moscati, la collega Silvia Bullo che segue la Biblioteca Moscati, Salvatore Ganga che ha progettato la sistemazione dei 20 pannelli per le circa 50 bellissime immagini, la borsista SAIC Ones Inoubli. L’avvenimento è stato centrale sulla stampa locale anche per la posizione strategica che la Tunisia sta assumendo per l’Italia e le relazioni con l’Europa, ora col Piano Mattei. <<Queste missioni archeologiche in Tunisia – ha rimarcato l’ambasciatore Saggio – sono una parte importante della politica di approccio globale che il governo italiano ha sulla Tunisia. Un approccio che non è solo energetico, con il progetto Elmed, che non è solo questione migratoria, che non è solo investimenti (l’Italia è il primo partner commerciale della Tunisia, con oltre 900 imprese presenti), ma è un approccio che comprende davvero tutti i settori e quello archeologico è sicuramente uno di questi>>. Di ciò l’Ambasciatore italiano ha parlato spesso con la Ministra della Cultura Hayat Guettat ed è proprio per questo che si potrebbe organizzare l’anno prossimo, insieme al direttore dell’Istituto Ruggirello, una giornata di tutte le missioni archeologiche italiane in Tunisia, per valorizzare ancor di più l’importante lavoro che viene fatto in questo settore. A proposito dell’investimento europeo per il Museo di Cartagine (12 milioni di euro), ANSAMed ha scritto: «Alla fine del progetto, il museo avrà tre volte più spazio espositivo (2.200 m2) rispetto a prima, un ristorante e spazi esterni completamente rinnovati. All’interno degli spazi del museo ha anche sede la Biblioteca Sabatino Moscati della Scuola Archeologica Italiana di Cartagine (SAIC) che organizza insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi, in collaborazione con l’Istituto nazionale del Patrimonio e l’Agence de Mise en Valeur du Patrimoine et de Promotion Culturelle, la mostra “Du crayon au clic.” Le antichità del Nord Africa di Luigi Balugani, oggi. Fotografie di Luigi Vigliotti”>>. Per ottenere questo risultato si è utilizzato un finanziamento dell’Istituto Italiano di Cultura e della Fondazione di Sardegna. È stato finanziato l’acquisto di nuovi scaffali per la biblioteca e due borse per l’apertura della Biblioteca per tutto l’anno per tre giorni a settimana.

 Il 1 ottobre Salvatore Ganga ha smontato la mostra della SAIC su Luigi Balugani e le antichità della Tunisia e dell’Algeria nel 700 curata da Luigi Vigliotti (Du crayon au clic). La mostra (pannelli, foto e disegni) è ora conservata dall’AMVPPC e sarà esposta al Museo del Bardo oppure nei sotterranei del Campidoglio di Uthina. Dal I novembre 2022 una identica mostra poi è stata aperta alla Biblioteca Universitaria di Sassari.

Accompagnato da alcuni soci della SAIC il Presidente ha incontrato il 10 ottobre 2023 il nuovo direttore generale dell’Institut National du Patrimoine Tarek Baccouche e il nuovo Direttore Generale dell’AMVPPC Daouda Sow: erano presenti Samir Aounallah, Youssef Lachkhem, Paola Ruggeri, Imed Ben Jerbania. Il Direttore Generale aveva già visitato la Biblioteca Sabatino Moscati e la mostra su Balugani nei locali della Byrsa di Cartagine, ricavandone un’impressione molto positiva sull’attività della SAIC ma ha comunicato che l’Association Historique et archéologique de Carthage, non sarà più ospitata nei locali nel Museo di Cartagine (ex seminario francese), a breve sottoposto a un consistente lavoro di restauro per i prossimi tre anni. I locali della Biblioteca Moscati non sono interessati dal cantiere, ma si renderà necessario un ingresso dal retro (Hotel Reine Didon), in alternativa una chiusura per tre anni oppure – con molto rammarico – un temporaneo spostamento della biblioteca nel palazzo di Beit al Hikma sul mare accanto allo scavo tedesco diretto da Rakob. La SAIC rifiuta categoricamente di occuparsi di qualunque trasferimento della biblioteca. Se dovesse esser necessario, sarà l’AMVPPC ad occuparsene, magari con un accordo specifico con l’UE. Come è noto la SAIC ha comunque un accordo con l’AHAC del 5 dicembre 2020.

Non ci nascondiamo che esistono problemi organizzativi ancora aperti: il ruolo da attribuire ai singoli soggetti (INP, AMVPPC, SAIC, AHAC), la nomina di concerto con la famiglia Moscati di un conservatore provvisorio della Biblioteca, preferibilmente un ricercatore dell’INP specializzato sull’antichità, per controllare l’accesso dei lettori; gli orari di apertura al pubblico; l’utilizzazione della grande sala esclusi­vamente per attività scientifiche e non amministrative; la verifica che ciascun soggetto rispetti gli impegni presi; l’allargamento della biblioteca con i nuovi ingressi e le nuove donazioni; le misure necessarie per garantire l’integrità del fondo bibliografico a seguito dei problemi recentemente verificatisi nella nuova sede della Biblioteca (Gavini 2019, 2020, 2021; Mastino 2016-17, 2017, 2022, 2023).

Infine, nelle more della pubblicazione a stampa del presente contributo, il direttore generale dell’INP ha comunicato che, a causa dei lavori al Museo di Cartagine, si rendeva necessario e urgente il provvisorio trasferimento della Biblioteca in altra sede entro il 15 luglio 2024. Nel frattempo è stata informato l’ambasciatore d’Italia Alessandro Prunas e, in occasione della visita del Ministro Gennaro Sangiuliano a Tunisi il 27 aprile 2024, una ventina di alti esponenti del Ministero ha visitato la Biblioteca, guidati da Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della cultura. A seguito della risposta della SAIC, la nuova direttrice dell’AMVPPC Rabiaa Belfguira ha riconosciouto la piena validità della convenzione tripartita del 21 agosto 2018 e ha ribadito che si intende trovare una soluzione provvisoria d’intesa con la SAIC, l’INP e la famiglia Moscati perché la Tunisia vuole <<assurer le mantien du fonds Moscati>> e desidera <<projecter sur le devenir de ce bel écrin de la recherche sous la tutelle du Ministère des Affaires Culturelles, toujours dans la même disposition d’esprit de contribuer fortement à la mise en place au rayonnement de cette bibliothéque, vitrine de cette coopération culturelle exemplaire entre la Tunisie et l’Italie>>. Insomma, gli sviluppi positivi ci saranno.

Tirotto e la stanza chiusa

Castelsardo, 23 agosto 2023

Giuseppe Tirotto, La stanza chiusa, Catartica edizioni

Castelsardo, 23 agosto 2023.

La serata di oggi è iniziata con la lettura da parte di Cristina Ricci della celebre poesia di Giuseppe Tirotto da noi premiata ad Ozieri nel 2019 dedicata a Lu spìriddu di lu tempu, con i ricordi evocati dall’ambiente che conosciamo nel profondo,  perché ancora il passato abita dentro di noi,  altru no semmu / che lu passadu chi drentu ci istragna, altro non siamo che il passato da cui siamo abitati.

Il poeta Giuseppe Tirotto è capace in pochi versi di far riemergere  un mondo che amiamo, specie quando cala la sera alla fine dell’estate,  e la pioggia cade leggera come un sogno di bimba, lasciandoci ancora intravvedere un orizzonte marino, presso un ruscello che profuma di erbe e di sale: e il profumo risveglia la memoria, i ricordi, le nostalgie come una musica lontana, fatta di suoni che arrivano fino a sas intragnas, che fa superare le distanze nello spazio e nel tempo, riportandoci istantaneamente a cogliere i profili della costa, gli scogli che vegliano in ghjru in ghjru a la mé rocca,  di fronte all’isola di Eracle che chiude il nostro sguardo, l’Asinara; ma anche i lineamenti delle persone, se è vero che il profumo di luoghi come questi che ci appartengono riesce a stimolare la memoria, a riportarci ad esperienze vissute, a collocarci in una relazione con gli altri che il rumoroso e sguaiato mondo turistico di questi tempi rischia di perdere irrevocabilmente.

Cicerone parlando della Sardegna diceva che si respira nell’isola un non so che particolare, capace di riportare alla mente coste dimenticate, sed habet profecto quiddam Sardinia adpositum ad recordationem praeteritae memoriae. E lo diceva a proposito di Olbia e del tempo, che in Sardegna si misura in altro modo, nel rapporto tra otium di cui si può godere in Sardegna e negotium che invece caratterizzava la vita tumultuosa di Roma.  Cicerone non dimenticava l’Aristotele della Fisica e il sonno che guarisce davanti agli eroi della Sardegna annullando il trascorrere del tempo. Ora che il chiasso del turismo di massa travolge tutto, forse le cose sono cambiate, ma ancora ci illudiamo che la Sardegna sia rimasta sempre uguale a se stessa, immobile nella sua bellezza, capace di conservare una improbabile purezza primitiva e un’ingenuità immutabile dall’età dei giganti.

Dunque i ricordi, il tempo trascorso che ora possiamo osservare sconvolto da  unu ventu attruppugliaddu, perché tutto si mischia, il prima e il poi non si distinguono, i rimpianti gonfiano il cuore dei protagonisti, che si scambiano i ruoli e che portano con se esperienze terribili ma anche passioni senza fine.

Mi piace molto la parola attruppugliare, che indica afflizione violenta, confusione, fretta, ma anche voglia di mischiare gli eventi spinti da un vento incontrollabile, i fatti, le persone, come mescolando le carte: questa nel romanzo La stanza chiusa diventa una tecnica letteraria sofisticata,  grazie ad un  testamento di un amico, poi grazie a questo lungo diario di inizio 900 che consente di ritrovare tante atmosfere perdute e di osservarle oggi, a distanza di un secolo, con sullo sfondo il palazzo immaginario nel paese, Castelsardo, la Castorias di mille altre storie  di altre opere di Giuseppe Tirotto ambientate presso il castello dei Doria, sui bastioni, raccogliendo ora tante tessere di un mosaico attraverso il quale si vorrebbe capire le tragedie di alcune famiglie, ma anche i successi, gli amori, i sentimenti contrastanti.

La scelta del diario non è ingenua, ma consente di fissare sulla carta momenti felici e momenti terribili, con l’intento di capire, di entrare all’interno dei fatti e delle relazioni, di rileggere quanto si è scritto, nella speranza irrazionale che si possa ancora curare e guarire, scavalcando l’abisso del dolore.  E questo finisce per essere un labirinto ma anche una vera e propria matrioska che al suo interno contiene e quasi ingoia altri protagonisti e altre storie che si dipanano via via che il gomitolo si disfa e si scioglie, attorno a questo palazzo padronale Mossa Scalas in piazzetta Brancaleone Doria, con questa misteriosa stanza chiusa per mezzo secolo che contiene tanti segreti nascosti, dove sembra ancora tagliarsi a fette la sofferenza dell’ultima occupante, il tradimento e la fine della felicità, addirittura il riflesso dell’omicidio, dell’uccisione di un antifascista Fabio Ballarini,  sul mare, nella notte.

Se dovessimo fare un confronto – si parva licet – tra questo lungo racconto e altre opere celebri, dovremmo pensare ai romanzi che in Sicilia raccontano di famiglie nobili e decadute, travolte da  un destino implacabile,  con amori dichiarati e altri nascosti come quello del dott. Eleuterio per la bella vedova, la morte del giovane, promettente, brillante Camillo Mazzoni che alla fine rilegge con lucidità impietosa la propria esistenza,  dichiara forse di non aver mai vissuto davvero e di lasciarsi ora travolgere dalla droga; è una vera inadeguatezza a vivere, e ormai i pensieri di morte sono come il lamento del cartellino accecato: <non ho che i miei occhi da cavare, perché la vita è spietata e l’innocente muore col cuore nel fango>> (Orlando Biddau).  Così  alla fine riusciamo a cogliere il suo inspiegabile legame con uno dei protagonisti, il suo coetaneo Paolo Finas, entrambi sconvolti dopo esser riusciti a sciogliere il gomitolo, a penetrare nel passato, a capire fino in fondo il dolore, il tradimento, l’infelicità, le ragioni di una sintonia che va oltre l’amicizia e la inattesa parentela. L’a. parla di una ragnatela e di un ragno malvagio come quello del roseto del suo giardino, solo che il ragno ora ingoia le persone e non più le mosche e gli insetti; lo sguardo – di chi prima di morire scrive sul diario le sue emozioni – finisce per essere allucinato. Eppure qui il punto di vista vero parte dall’oggi e torna indietro, fino ai preziosi mobili dei fratelli Clemente a Sassari a inizio 900, alla Grande Guerra, alla nascita della Brigata Sassari, alla fondazione del Partito Sardo d’Azione, al fascismo o alla prima pubblicazione della Settimana enigmistica dell’ing. Giorgio Sisini. Penso però alla quotidianità anche negli ovili del retroterra, come per la cerimonia della marchiatura dei vitelli descritta in un modo che quasi fa sentire la carne sfrigolare sotto il ferro rovente, quasi si avverte l’odore del bruciato, ma qui ad essere marchiati non sono gli animali ma le persone coi loro incubi, i loro traumi, i loro dubbi.  Soprattutto c’è il sapore amaro di un fascismo di provincia, di una violenza gratuita, di una continua prevaricazione, che offende e nasconde la mano. Del resto, dietro la figura del protagonista Paolo, uno scrittore in crisi, s’intravvede forse Tirotto stesso, con la sua capacità di emozionarsi e di emozionare, con questo saldissimo legame col territorio che lo caratterizza (in ghjru in ghjru a la mé rocca), con un paese che ama e che appartiene ad una Sardegna diversa da quella consueta.

Il diario di Eleonora Scalas è dedicato ai genitori Vincenzo e Tilde Mossa, al suo adorato fratello Agostino, alle dolcissime sorelle Aurelia e Angelica: personaggi che Giuseppe Tirotto ha la capacità di collocare a Castorias durante la vita di tutti i giorni, soprattutto in occasione delle feste, come per sant’Antonio Abate alias  lunissanti, fino a Nostra Signora di Tergu o per la festa della Madonna santissima a Ferragosto nel 1916.

Ma pian piano emerge la storia vera, che non è il caso di raccontare oggi qui: voglio solo dire che sullo sfondo c’è davvero una conoscenza profonda della vita che si svolgeva a Castelsardo, la nascita del porto, la costruzione delle dighe foranee, la campagna della Cudinaccia, il terreno di Funtanalva, il mare di Lu gramnaddu, con tutti gli ingredienti del teatro greco, un omicidio, uno scambio di genitore, un uomo che non sapeva di aver avuto una figlia, un nonno creduto diverso, un ritrovamento sconvolgente che rivela l’omicidio.  Storie che la voragine del tempo, 80 anni, rende ancora più dolorose e tali da obbligare il lettore ad iniziare ad andare alla ricerca di se stesso.

Che questo contatto con il mondo del teatro greco non sia solo una mia immaginazione lo dice anche il riferimento dotto al mito di Piramo e Tisbe di p. 165, i due giovani amanti contrastati: secondo la leggenda raccontata da Ovidio, l’amore dei due giovani era ostacolato in tutti i modi, tanto da far loro progettare una loro fuga d’amore conclusa tragicamente. Tanta fu la pietà degli dei nell’ascoltare le preghiere di Tisbe che trasformarono i frutti del gelso, intriso del sangue dei due amanti, in color vermiglio.

Non saprei indicare un altro luogo come la Sardegna tanto lontano dalla tradizione classica, dal mondo del mito greco e latino: eppure gli studi fatti da Tirotto all’università rappresentano senza dubbio la piattaforma sulla quale anche questo libro –  tanto sardo e in qualche modo identitario – è stato costruito per noi.

Attilio Mastino

17 giugno 2023 : Forum Traiani

Stasera a Fordongianus tra tanti amici a parlare delle colonie di Cesare e di Augusto in Sardegna e delle Ninfe salutari sul Tirso al contatto con le civitates Barbariae: A. Mastino, P. Ruggeri, Il territorio di Forum Traiani e la pertica della Colonia Iulia Augusta Uselis: pagi, fora e civitates tra il I e il II secolo d.C.

Le Aquae Ypsitanae propongono il problema della loro pertinenza al territorio o alla pertica di una città contigua. L’assetto viario originario del territorio, antecedentemente la costituzione di Forum Traiani, con la via diretta a Karalis attraverso Uselisfino ad Aquae Ypsitanae, ci porta a escludere la città di Othoca, di cui ignoriamo lo statuto, raccordata a Forum Traianicon un percorso di 18 miglia a partire presumibilmente da Traiano e, di contro, ci suggerisce di comprendere le Aquae Ypsitanae nella pertica della colonia Iulia Augusta Uselis, suddivisa in pagi, già all’atto della deduzione o, comunque, della costituzione coloniaria.

Gli studiosi collocano la presenza romana alle Aquae Ypsitanae sul Tirso già all’epoca delle grandi rivolte del II secolo a.C. presso le sorgenti termali di Caddas, “le (fonti) calde”, localizzate ai piedi di una potente bancata trachitica. Il sito è già noto a Tolomeo (3, 3,7) come Ydata Ypsitanà. A prescindere dagli antecedenti preromani, individuabili nel centro (religioso e di mercato?) del populus indigeno degli Ypsitani, il villaggio aveva quattro funzioni, città termale, vicus capoluogo di un pagus collocato oltre il Tirso, nodo stradale delle due viae a Turre e a Karalis e infine stanziamento militare della cohors I Corsorum. Di tale cohors conosciamo un praefectus, Sex. Iulius Sex. f. Pol(lia tribu) Rufus ( CIL XIV 2954), che rivestì in età augustea tale prefettura congiuntamente a quella delle civitates Barbariae, le comunità non urbanizzate ultra Thyrsum, che fecero atto di omaggio all’imperatore (Augusto o Tiberio) proprio presso le Aquae Ypsitanae (ILSard. I 188).

Piero Meloni ha per primo affermato che gli Ydata Ypsitanà dipendessero da un’organizzazione paganica, dunque da un *pagus Ypsitanus. Nonostante l’assenza di fonti dirette non si esclude che il centro termale di Aquae Ypsitanae venisse costituito come vicus, dotato di una sua limitata organizzazione giuridica, all’interno della competenza dei magistrati – i IIviri – della colonia di Uselis. L’attestazione di due personaggi, il servus publicus delle Aquae Ypsitanae, [Fe]lix Ypsitan[orum servus] (ILSard.. I 194), autore di un atto indeterminato relativo a una piscina, e il sessantenne Aquensis fisci (servus) (AE 1992, 880) di un epitafio della I metà del II secolo d.C., ma che dovette assumere il nome Aquensis in età pretraianea, riflettono l’esistenza di un’amministrazione pubblica delle aquae, pertinenti al fiscus, con servi publici, detti Ypsitani o Aquenses, presumibilmente tali perché figli di schiavi pubblici.

L’analisi urbanistica delle Aquae Ypsitanae nella fase precedente   la costituzione del Forum Traiani ad opera di Traiano è relativamente incerta. Le Aquae Ypsitanae distavano da Useliscirca 17 miglia attraverso la citata strada a Karalis dotata di pietre miliari nel 46 d.C. da Claudio, che presumibilmente ristrutturò la viabilità preesistente forse già di età tardo-repubblicana. L’individuazione di ceramica a vernice nera (Campana A e a pasta grigia locale), in sigillata italica, in sigillata sud-gallica nell’area delle Aquae Ypsitanae indizia una continuità insediativa del sito fra l’età tardo-repubblicana e l’età flavia, precedente alla monumentalizzazione delle Aquae in età traianea. Lo sviluppo planovolumetrico del complesso termale fra l’età augustea e quella flavia è incerto, benché non si escluda che l’impianto principale incentrato su una natatio gradata e porticata possa risalire a fase pretraianea. Indubbiamente una piscina delle Aquae è attestata dalla iscrizione citata di [Fe]lix Ypsitan[orum servus], certamente del I secolo d.C.

Il culto delle acque, ampiamente sviluppato nella civiltà protosarda, suggerisce l’eventualità che gli Ypsitani lo potessero coltivare, in forme non determinate, presso quelle aquae ferventes che, secondo Solino (4,4,6), oltre a possedere virtù terapeutiche, si utilizzavano per pratiche ordaliche. È possibile che il culto delle acque indigeno si fondesse, sincretisticamente, in età ellenistica con il culto di divinità salutari, come sembrerebbe desumersi dall’iconografia di due statuine in trachite, rinvenute nel 1899 nell’area delle Aquae, rappresentanti il dio egizio Bes, che probabilmente era utilizzata dai punici per il loro dio guaritore Eshmun, ossia, nell’interpretazione greco-romana, Asklepios-Aesculapius. Una terza statuetta, ugualmente in trachite grigiastra, un tempo conservata nel municipio di Fordongianus e derivata al pari delle altre due dall’area termale, rappresentava una divinità femminile purtroppo acefala. Ne possiamo ricavare l’ipotesi che presso le Aquae Ypsitanae si prestava il culto a due divinità, una femminile, l’altra maschile, variamente reinterpretate in età imperiale. Ad età augustea si assegna, su base paleografica, un’arula in trachite dedicata a Aescul(apius )(AE 1986, 272) in scioglimento di un votum da parte di un L. Cornelius Sylla, probabilmente un discendente di un liberto del dittatore Silla, nell’area delle Aquae Ypsitanae.

Un culto idrico femminile delle Aquae, già in età augustea o tiberiana, è indicato da una stelina timpanata, con crescente lunare tra due astri, in trachite rosata, da riportarsi con grande probabilità a Fordongianus, con dedica alla d(ea) s(ancta) A(tecina) T(urobrigensis), posta da Serbulu(s) in scioglimento di un voto (CIL X 7557). Serbulu(s), un lusitano stanziato ad Augustis, dov’era acquartierata la cohors VII Lusitanorum nei primi due decenni del I secolo d.C., dovette dedicare ex voto una stele alla divinità femminile delle Aquae Ypsitanae, identificata con la sua dea Ataecina di Turobriga, un centro non localizzato della Lusitania, dove si prestava un culto a questa deità della luna e dei fontes calidi.

Accanto al centro termale di Aquae Ypsitanae e alla statio d’arrivo della via a Karalis e della via a Turre dovevano essere, con estrema probabilità, i castra della cohors I Corsorum con il pretorio del praefectus cohortis et civitatum Barbariae, da supporsi sulla spianata trachitica sovrastante, a mezzogiorno, l’area termale. Forse all’area dei castra piuttosto che a quella delle terme si riferiscono la già citata dedica delle civitates Barbariae ad Augusto o Tiberio (ILSard. I 188), impaginata su tre lastre marmoree di cui una sola parzialmente superstite e l’epigrafe e l’architrave in marmo di un edificio sconosciuto con dedica posta dall’equestre T. Iulius Pollio, verosimilmente governatore della Sardinia nella tarda età neroniana (CIL X 7863).

Se non abbiamo documenti archeologici diretti relativi alla topografia dei castra della cohors I Corsorum delle Aquae Ypsitanae è opportuno osservare che l’anfiteatro di Fordongianus, collocato nella vallecola di Apprezzau, potrebbe costituire il perno della strutturazione degli accampamenti militari della coorte. In effetti, sin dal 1990, Yann Le Bohec aveva osservato che a Fordongianus «à l’exception de l’amphithéâtre d’Aprezzau qui, s’il n’est pas trop tardif, pourrait avoir été utilisé pour l’exercice, l’entraînement, l’archéologie n’a rien livré de militaire». Lo studioso francese individuava, dunque, seppure dubitativamente, per l’anfiteatro sul Tirso una origine militare, in considerazione del carattere sistematico della costruzione di anfiteatri militari per tutti i grandi campi di un limes. Del resto gli anfiteatri militari più antichi, fin qui conosciuti, risalenti a età augustea, furono quelli realizzati dalle truppe stanziate, in ambito alpino occidentale, a Segusium (Susa) e a Cemenelum (Cimiez), quest’ultimo con l’intervento di una cohors Ligurum. Entrambi gli anfiteatri, a struttura piena, di piccole dimensioni, riflettono la necessità di assicurare una struttura, simile per grandezza al ludus per l’esercizio dei gladiatori, nella quale i soldati potessero compiere le esercitazioni, stante anche il rapporto funzionale e di formazione fra il ludus e le armate.

La struttura originaria dell’anfiteatro di Fordongianus è costituita da due terrapieni curvilinei contrapposti, orientati in direzione nord-nord-ovest/sud-sud-est, compartimentati da setti radiali, in blocchi litici irregolari, cementati con malta di fango. Il terrapieno orientale si appoggia al pendio del colle di Montigu, inciso a mezza costa nella seconda metà del XIX secolo per realizzarvi il passaggio della strada provinciale, attualmente classificata strada statale 388. Il terrapieno occidentale, invece, collocato alla base del rilievo di Iscalleddu, risulta delimitato a ponente dalla via vecchia di Oristano, erede della viabilità romana d’accesso all’anfiteatro. Entrambi i terrapieni erano delimitati verso l’esterno da una struttura muraria costituita da pilastri, formati da quattro blocchi squadrati, messi in opera a secco, per una larghezza media di 1,30 m e uno spessore di 1,35 m, alternati a specchiature in opera cementizia con paramento esterno in opus vittatum, in tufelli di trachite grigia. Verso l’arena i terrapieni sono delimitati dal muro del podio attualmente in opus quadratum di blocchi di trachite grigia, disposti a filari, che si prolungano, nel settore nord-nord-ovest, a definire l’ingresso principale dell’anfiteatro, verso il centro urbano, mentre è presumibile che un consimile accesso fosse realizzato nel settore opposto, non ancora scavato. Il terrapieno occidentale era costituito da terra e ciottoli fluviali, presumibilmente scavati dal fondo della vallata destinata a essere l’arena ellittica dell’anfiteatro, mentre quello orientale era formato prevalentemente da scapoli di trachite grigia. L’unico maenianum della prima fase, con una larghezza di 5,80 m, era dotato di gradus costituiti in cementizio, con caementa di medie dimensioni e pozzolana e calce di non grande qualità, disposto a strati ricorrenti, onde realizzare circa sei ordini di gradini, sostanzialmente non conservati. Si è, finora, individuato un unico vomitorium, nel settore nordoccidentale della cavea, provvisto di un gradino in trachite residuo all’interno del filo della facciata, e in corrispondenza di uno degli scalaria, strombato verso l’arena, che delimitava due cunei della cavea, a destra e sinistra dello stesso vomitorium. Gli accessi all’arena, come si è detto, si dispongono lungo l’asse maggiore, benché manchi la documentazione relativa al settore meridionale, non indagato. L’ingresso principale (porta triumphalis), rivolto ad Aquae Ypsitanae e destinato alla pompa inaugurale, costruito in opera quadrata, forse dotato di un arco, misura 5,10 × 3,23 m, risultando minore, per larghezza, della media (4,70 m).

Le dimensioni dell’anfiteatro di prima fase sono, allo stato delle ricerche, ancora ipotetiche, ma paiono definire una struttura non perfettamente regolare: asse maggiore dell’anfiteatro 52,60 m (pedes 178,8); asse minore 41,55 m (pedes 140); asse maggiore dell’arena 41 m (pedes 138); asse minore 29,53 m (pedes 100); superficie dell’arena 964 mq; superficie della cavea 758 mq. Il numero di spettatori dell’anfiteatro di prima fase può calcolarsi in circa 1.895.

Nell’età traianea le Aquae furono elevate al rango di forum, con la costituzione del Forum Traiani, trasformato entro il periodo severiano (antecedentemente il 212-217) in civitas Foritraianensium (AE 1992, 892). La civitas, che potrebbe aver guadagnato lo statuto municipale nel corso del III secolo, era dotata di un consiglio decurionale (ordo decurionum) e disponeva di sacerdoti addetti al culto imperiale (conosciamo una flaminica): come è noto in Sardegna la successiva suddivisione geografica che porta alla nascita della diocesi entro l’età vandala è fondata sulle città che in precedenza ospitavano flamini e flaminiche, come Carales, Turris Libisonis, Sulci, Nora, Tharros, poi Cornus-Bosa, per non parlare di Fausiana-Olbia.

Il ponte sul fiume Tirso costituisce l’asse generatore di Forum Traiani, sul cui prolungamento (in Barbaria) si disponeva il cardo I. Tale cardo non corrisponde, nonostante le apparenze, alla via Ipsitani, aperta nel tardo Ottocento, bensì alla linea divisoria di fondi rustici, attigui all’abitato, del catasto urbano del 1909. Tale linea è normale, nel medesimo catasto, al divisorio fra i mapp. 433 e 434, probabilmente erede del decumanus meridionale. Il parcellario catastale testimonierebbe così gli assi stradali estremi nord-nord-ovest/sud-sud-est ed est-nord-est/ovest-sud-ovest della fondazione traianea; sono stati descritti i resti della viabilità nell’area, cardo e decumanus, il rapporto con le strutture e gli impianti fognari, il lastricato fatto di basoli poligonali in trachite grigia con crepidines laterali costituite da blocchi ben sagomati di trachite di 29 × 29 × 22 cm di altezza. Ad assicurarci dell’orientamento del reticolo viario, e di conseguenza delle insulae dell’abitato, lungo gli assi principali, sono i resti di tre complessi edilizi, ancora oggi rilevabili, che presentano le murature perimetrali orientate secondo gli assi suddetti.

Terme centrali. Della struttura si è rilevato un ambiente caldo rettangolare, orientato est-nord-est/ovest-sud-ovest, di 3,70 m residui di lunghezza × 6,40 di larghezza, forse un tepidarium, in opera cementizia con paramento in opus vittatum di tufelli, con impiantito di bessales su cui si impostavano le suspensurae di pilastrini litici di 60 cm di altezza, che reggevano un pavimento sospeso formato da bipedales (58,2 × 59,1 × 7 cm). Il lato breve est-nord-est comunicava con un vano di circa 30 mq, in opera cementizia, rivestito in opus vittatum mixtum, orientato con i lati brevi in direzione nord-nord-ovest/sud-sud-est. L’ambiente presentava un pavimento musivo: il mosaico, trasferito al Museo archeologico nazionale di Cagliari, è stato studiato da Simonetta Angiolillo nel suo corpus dei mosaici antichi della Sardinia: «Il campo è delimitato da un bordo […] decorato a dallage […] Lo schema compositivo del campo è basato sull’alternanza di quadrati, sui cui lati si impostano pelte, e di cerchi […] Il motivo ampiamente documentato in Africa ritorna in Sardegna a Tharros nel c.d. Tempio a pianta di tipo semitico». Per il nostro esemplare la Angiolillo si è riferita in particolare a un pavimento della Casa delle fatiche di Ercole di Volubilis, in Mauretania Tingitana, della fine del II-inizi del III secolo d.C., coevo a questo di Forum Traiani. L’ambiente in questione deve identificarsi, con grande probabilità, con il frigidarium delle terme. Presumibilmente allo stesso edificio termale corrisponde il tratto murario in opus vittatum mixtum, tra via Dante e via Vittorio Veneto.

Edificio con volta a botte. L’edificio, a pianta rettangolare, in cementizio con paramenti in opus vittatum mixtum si estende in lunghezza per 22 m e in larghezza per 10 m. L’altezza delle murature è attualmente di 2,30 m dal piano di calpestio, sopraelevato, secondo fonti orali, rispetto al pavimento della struttura romana di 2,20 m. Sul lato lungo nord-nord-ovest è visibile l’imposta della volta a botte, in opera cementizia, articolata in quattro ricorsi di laterizi che dovevano probabilmente formare una rete a linee parallele, sistema divulgato da Traiano in poi, in specie nella seconda metà del II secolo d.C. Il modulo dell’opus vittatum mixtum corrisponde a quello delle terme II, a riscaldamento artificiale, delle Aquae Ypsitanae. Si individua il prospetto dell’edificio, normale al lato lungo, realizzato in cementizio con paramento in opus vittatum mixtum, intonacato, spesso 86 cm, con aperture. Ignoriamo la funzione della struttura, che parrebbe di carattere pubblico, riadattata a edificio chiesastico nel Medioevo.

Edificio industriale. All’interno dello scantinato dell’abitazione ubicata fra via Ipsitani e via Vittorio Veneto, si individua un ambiente rettangolare, ridotto a due spezzoni di muro, orientati rispettivamente sud-sud-est/nord-nord-ovest (per una lunghezza residua di 2,19 m) e ovest-nord-ovest/est-sud-est (per una lunghezza residua di 3,33 m). Su quest’ultimo lato, addossate alla muratura, erano disposte due vasche rettangolari, ad angoli interni stondati, dotate di foro di scarico affinché il liquido contenuto nella prima vasca fluisse, depurato, nella seconda. La struttura muraria è in opus vittatum, in filari regolari di tufelli in trachite, connessi con strati di malta di 2 cm di spessore. Dall’area archeologica provengono tegulae hamatae, forse connesse alla deumidificazione di ambienti, lastrine in marmo bianco, embrici giallastri e rossastri e ceramica comune romana – bocca di un askós, ceramica “fiammata” di bottega sarda (sulcitana?) –, lucerne a becco tondo, anfore Africane e un asse di Adriano del 134-138 d.C. L’edificio parrebbe avere avuto una fase di laboratorio industriale per la torchiatura delle olive o per la produzione vinaria.

Non possediamo allo stato delle conoscenze dati per l’individuazione della piazza forense di Forum Traiani. Una serie di iscrizioni marmoree relative a interventi evergetici o a onoranze a imperatori potrebbero riferirsi all’area forense, ma è dubbia la circostanza puntuale del loro riferimento.

Da Via Traiano, dirimpetto alla chiesa parrocchiale, proviene un frammento di lastra di marmo bianco con venature grigie recante una iscrizione che richiama un intervento (evergetico?) [ex] test(amento), forse [d(ecreto)] d(ecurionum) (ILSard. I 201).

Se lasciamo la citata dedica a Tiberio da parte delle civitates Barbariae (ILSard. I 188), probabilmente dall’area di via delle Terme, «nel centro del paese», provengono frammenti marmorei pertinenti a tre distinte iscrizioni imperatorie, da supporsi affisse nel forum o nell’Augusteum di Forum Traiani: Caracalla tra il 211 e il 213 d.C. (ILSard. I 189), Severo Alessandro tra il 222 il 235 d.C. (ILSard.I 190), infine un imperatore dominus noster (?) (ILSard. I 200). Si aggiungano due dediche a imperatori anonimi pro salute rinvenute nell’area urbana e connesse al forum o all’Augusteum della città.

L’importanza di Forum Traiani si palesa anche nella monumentalizzazione delle precedenti Aquae Ypsitanae. L’orientamento del complesso termale è il medesimo del Forum Traiani, così da autorizzare l’ipotesi di una programmazione generale urbanologica delle terme e del Forum ad opera di Traiano, ovvero la strutturazione del Forum secondo gli assi delle Aquae Ypsitanae. Il complesso termale in opera quadrata viene a essere arricchito, presumibilmente in età severiana, di nuove terme, a riscaldamento artificiale, in opera cementizia con paramenti prevalenti in opus vittatum mixtum e, parzialmente, in opus vittatum, a monte delle aquae idrotermali. A sud-sud-est del complesso termale si apre una piazza trapezoidale, basolata in lastre di trachite, delimitata a monte da un complesso di cisterne alimentate da un acquedotto, che recava l’acqua da due sorgenti extraurbane rispettivamente dalle località di Pischina ’e Ludu e S’Ispadula. Nel margine occidentale del lato sud-sud-est della piazza si localizza una scalinata in conci regolari di trachite che immette su un piano, in parte ritagliato nel plateau trachitico, in cui si leggono labili tracce di un edificio, forse a carattere sacro, come nell’analogo complesso termale di Djebel Oust in Africa Proconsolare.

Il lato est-nord-est della piazza immette in un complesso a L, in opera cementizia con paramenti in opus vittatum mixtum, articolato in un corridoio a due ali che disimpegnano piccoli ambienti quadrangolari e alcuni vani maggiori affrescati. Si tratta probabilmente di ambienti di servizio del complesso termale per assicurare l’ospitalità ai malati.

I culti prevalenti delle Aquae Ypsitanae, testimoniati da iscrizioni sacre, documentano spesso il rango sociale elevato dei devoti, fra cui vari governatori dell’isola. Le divinità femminili erano le Nymphae o più precisamente i numina Nympharum (AE 1991, 909), così come nelle Aquae Flavianae presso Mascula (oggi Khenchela) in Numidia, era venerato il numen [Ny]mpharum (CIL VIII 17722): là un centurione legionario della III Augusta poteva vantarsi di aver visto realizzati tutti i suoi desideri: optavi nudas videre Nymphas, vidi (CLEAfr. 2 101).

Possediamo ben otto dediche alle Nymphae dalle Aquae Ypsitanae, incise su altari in trachite:

Nymph[hae] salutares posta dal governatore della Sardinia Aelius Per[egri]nus intorno al 201 d.C. (ILSard.I 187, vd. EDR181203);

Nymphae sanc[tiss(imae)] ricordate dal procuratore e prefetto dell’isola M. Cosconius Fronto nel 206-207 d.C. (CIL X 7560);

– le Nymfae invocate da un (M. Aurelius) Servatus, liberto imperiale, adiutor del governatore e procurator metallorum et praediorum e da un [—]ianus, ufficiale (?) di una coh(ors) II [—], stanziata nell’isola: siamo tra il 178 e il 180 d.C. e i vota sono espressi pro salute del governatore della Sardegna Q. Baebius Modestus, un cavaliere inserito nella cohors amicorum e tra i consiliarii degli imperatori.

le Nymphae invocate da parte di Flavia T. filia Tertulla e  dai Flavii Honoratia[nus] e [Marc]ellina, rispettivamente moglie e figli del governatore della Sardegna L. [F]la[vius] Honoratus, probabilmente tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. (CIL X 7859).

– le Nymphae [–] invocate da Valeria Modestạ, liberta di Ṃ(arcus) Valerius Optạṭus,
proc(urator) Aug(usti), pṛạẹ[f(ectus)] provinc(iae) Sard(iniae)
, tra il 193 e il 217.

– I numina Nympharum evocati dal governatore della Sardegna M. Mat(idius ?) Romulus, nella seconda metà del III o del IV secolo d.C. (AE 1991, 909).

– Le Nymp[hae] e [Aescula]pius chiamati in soccorso da un anonimo, forse un Claud[ius] (AE 1988, 644).

– Le Nymphae Aug(ustae) invocate sull’arula dedicata anche ad Aescu[lapius] (ILSard. I 186).

L’associazione tra le Nymphae ed Aesculapius (anche in AE 1986, 272) non è frequente, benché documentata implicitamente proprio in località termali (ad esempio alle Aquae Lesitanae, AE 2005, 681). L’epiteto Augustae delle Nymphae Ypsitanae, essendo raramente connesso a queste divinità, testimonia dell’importanza del culto imperiale ad Aquae Ypsitanae-Forum Traiani, documentato anche dal busto marmoreo inedito di un loricato acefalo, certamente un imperatore del II secolo d.C., derivato dall’area termale, oltre che dalla citata flaminica.

Le necropoli forotraianensi di età romana imperiale sembra si estendessero a est e a sud-ovest della città, forse con una prevalenza delle deposizioni nell’area in cui fu creato nel IV secolo il martyrium del martire locale Luxurius.

Nel rinnovato quadro dell’ornatus civitatis di Forum Traianiin età severiana deve collocarsi probabilmente l’ampliamento dell’anfiteatro, con l’utilizzo prevalente del cementizio con paramenti in opus vittatum mixtum. Gli structores amphitheatri possedevano le competenze operative per la realizzazione di arcate e di volte in opera cementizia, applicate in vari edifici della città ma soprattutto nelle terme Ypsitanae e nell’acquedotto.

Un aumento demografico della popolazione di Forum Traiani e un maggiore interesse generale per i munera gladiatorum e le venationes, dimostrato dalla costruzione, dopo l’anfiteatro flavio di Carales, degli anfiteatri di Nora, Sulci e Tharros entro il II/III secolo, costituiscono i presupposti dell’ampliamento dell’anfiteatro forotraianense, consistito innanzitutto nella costruzione di una galleria periferica, obliterante la primitiva facciata. Tale galleria era articolata all’esterno in arcate su pilastri di blocchi squadrati in trachite (connessi da incavi a coda di rondine), su cui si impostavano volte rampanti ammorsate alla facciata di prima fase. Sulle volte erano realizzati in opera cementizia i gradus del secondo maenianum, disposti probabilmente su quattro ordini. In sostanza l’anfiteatro di Forum Traiani dovette presentarsi all’esterno con una facciata ritmata da fornici, benché appaia probabile che, in relazione alle differenze di quota del fondo trachitico della zona, le stesse arcate avessero un’altezza differente dal piano di calpestio. I fornici, in opera cementizia con rivestimento in laterizi rossi, strombati verso l’interno della galleria, allo stato delle indagini, sono stati individuati esclusivamente nel settore occidentale e in quello nord-orientale. La struttura della facciata, a prescindere dai pilastri e dalle arcate, è in opera cementizia con rivestimento in opus vittatum mixtum, che alterna filari di due laterizi rossi a filari di un tufello in trachite, connessi da strati robusti di malta. L’architetto responsabile dell’ampliamento dell’anfiteatro di Forum Traiani provvide a effettuare due interventi funzionali rispettivamente alla creazione di suggesta (spazi riservati alle autorità) e alla realizzazione del sacellum. Lungo l’asse minore dell’edificio, secondo i canoni anfiteatrali, a spese dei settori coassiali della cavea di prima fase, furono resecati due spazi quadrangolari, destinati rispettivamente quello a est-sud-est a sede del sacellum, sormontato da un suggestum, quello a ovest-sud-ovest a sede di un secondo suggestum, accessibile dal piano dell’arena con una scaletta ammorsata al podium. Il sacellum, a pianta quadrangolare, con volta a botte, presenta sul muro di fondo una nicchia centinata, con armilla di laterizi, che esclude la natura di carcer dell’ambiente, anche in rapporto alla sua collocazione lungo l’asse minore dell’anfiteatro, suggerendo, invece, la funzione di sede della statua del culto dei gladiatores e dei venatores, forse Nemesis-Diana, a tener conto della frequenza di Nemesea negli anfiteatri. In alternativa si è pensato al culto di Hercules. Sull’estradosso della volta, accessibile mediante una scaletta perduta, doveva impostarsi uno dei due suggesta o pulvinaria dell’anfiteatro, i posti riservati alle autorità civili, militari e religiose della città. Il secondo suggestum, conservato solamente alla base, nel settore ovest-sud-ovest, era accessibile mediante dieci gradini da parte delle autorità che dopo aver partecipato alla pompa iniziale, all’omaggio alla divinità nel sacellum, si portavano nello spazio riservato ad esse, sia al di sopra del sacellum, sia sul lato ovest-sud-ovest, meglio preservato.

Si è detto che l’opus quadratum del podium e della porta triumphalis potrebbe rimontare al generale rifacimento dell’anfiteatro di seconda fase. In effetti non pare cogliersi soluzione di continuità fra la porta triumphalis nella sua nuova costituzione, in rapporto alla galleria periferica, la primitiva porta e il podium.

L’anfiteatro di Forum Traiani nella sua seconda fase ha le seguenti dimensioni: asse maggiore dell’anfiteatro 59,30 m (pedes 200); asse minore 48,25 m (pedes 163); asse maggiore dell’arena 40,98 m (pedes 138); asse minore 29,53 m (pedes 100); superficie arena 964 mq; superficie della cavea 1.265 mq. Gli spettatori calcolabili sono 3.163. Le dimensioni di questo edificio per gli spettacoli sono inferiori in Sardinia solo a quelle dell’anfiteatro di Carales, per il quale si calcola una capienza complessiva di 12.283 spettatori. Non possediamo dati sugli spettacoli tenuti nell’anfiteatro di Forum Traiani, anche se devono ipotizzarsi sia i munera gladiatorum sia le venationes. Alla cura di gladiatores potrebbe riferirsi uno strumento chirurgico in bronzo individuato nello scavo del settore settentrionale dell’arena.

A Forum Traiani potrebbero esser citate altre divinità orientali legate al mondo militare, come Giove Dolicheno (CIL X 7862). Va infine rilevato che Forum Traiani avviò una penetrazione culturale nel territorio circostante.

Il 25 maggio 2023